FAUSTO E IAIO ,LA SPERANZA MUORE A DICIOTTO ANNI
Nuova edizione on line di Daniele Biacchessi
In esclusiva per il sito www.faustoeiaio.org
"Dedicato a Danila, Maria, alle vittime invisibili di tutte le stragi. Dedicato agli amici e ai compagni che hanno ancora il vizio della memoria"
PREFAZIONE
La nuova versione on line di questo libro esce dopo l’archiviazione da parte del Giudice delle Udienze preliminari del Tribunale di Milano, Clementina Forleo. Con il decreto del 6 dicembre 2000,si mette la parola fine a un’inchiesta iniziata poche ore dopo il 18 marzo 1978. La conclusione della Forleo è la seguente: "Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati(Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci),appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni". In sostanza il giudice ci manda a dire che si conoscono i possibili autori dell’omicidio ma non ci sono prove. Molti, forse troppi indizi. La Forleo segue molte piste, cita le dichiarazioni dei pentiti di destra che negli anni hanno raccontato quel che sanno del delitto del Casoretto ma evita un atto di coraggio. Non segue le tracce indicate dalla perizia difensiva dell’avvocato di parte civile Luigi Mariani: nuovi accertamenti sulla presenza di Mario Corsi a Cremona, indagini approfondite sulla figura di Massimo Carminati e i suoi legami con il Sismi, il servizio militare,il furto nel caveau del Tribunale di Roma realizzato dallo stesso Carminati con carabinieri e poliziotti nel luglio del 1999 e le centinaia di pagine della Commissione Stragi di Giovanni Pellegrino sulla banda della Magliana e sui rapporti con i neofascisti romani. Quello che resta è un libro che ha pregi e limiti, come tutti i lavori scritti con passione militante e voglia di giungere alla verità. Non c’è nessuna dietrologia perché sono convinto che in Italia non esistono più misteri. Solo fatti, inchieste, interviste. E questo è il mio lavoro che metto a disposizione del sito dedicato a Fausto e Jaio. Una cosa, però, oggi la posso dire. Il libro bianco contro l’eroina uscito nel marzo del ’78 non ha nulla a che spartire con l’omicidio. Quello di Fausto e Jaio non è dunque un semplice, seppur grave, assassinio politico.
Ma deve essere oggi inquadrato come uno dei tanti snodi della strategia della tensione che ha insanguinato il paese. Non penso che i due ragazzi abbiano visto qualcosa e per questo siano stati ammazzati. Credo invece che un commando venuto da Roma abbia voluto dare un segnale di scontro militare, in una zona precisa di Milano, verso una determinante area politica al fine di creare uno stato di forte caos, a pochi giorni dal rapimento di Aldo Moro. Non si è indagato sulla vicinanza tra l’abitazione di Fausto Tinelli e l’appartamento dei brigatisti in via Montenevoso. Il libro, uscito nel ’96, aveva anticipato molte delle cose chiarite oggi dalla Commissione Stragi sulle versioni date dai carabinieri sulle tracce che li portarono a scoprire il luogo dove erano custodite le carte del memoriale di Aldo Moro. Oggi sappiamo che i carabinieri mentirono sul particolare del borsello di Lauro Azzolini trovato a Firenze che li avrebbe portati in via Montenevoso. Mentirono perché dovevano coprire infiltrati nelle Brigate Rosse. Non dissero fino in fondo la verità su quelle carte che avrebbero rifatto la storia del Paese. Rimane il sospetto che ,ancora oggi, dopo che i muri si sono definitivamente abbattuti,non si voglia andare fino in fondo sul movente dell’omicidio di Fausto e Jaio perché nasconde un segreto che nessuno vuole raccontare. Né i pentiti di destra, né i servizi, né i carabinieri, neppure i magistrati. Aldo Granuli scrive nella sua perizia dell’88 per il sostituto procuratore Stefano Dambruoso: "I fascicoli sull’omicidio si presentavano poveri, non comparivano note confidenziali, nessun scambio epistolare con altri corpi di polizia, nessun passaggio d’inchiesta. Il silenzio appare strano. Totale assenza di veline. Nessun rapporto della squadra narcotici. Nessun informatore ha acquisito la minima notizia sul caso."
QUELLA SERA IN VIA MANCINELLI
La strada e' buia.Un vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare come un'altalena.Nel silenzio si ascolta solo la voce del telegiornale da poco iniziato.Una voce metallica che viene da qualche casa con le finestre aperte.Il conduttore parla del rapimento Moro,dell'uccisione della scorta avvenuta due giorni prima a Roma,delle inchieste iniziate in fretta e furia.Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci.Loro sono due ragazzi che vestono come una volta:jeans scampanati,camicione a quadretti,giubbotti con le frange,capelli lunghi.Di sabato,a quell'ora, percorrono la strada che divide in due il quartiere Casoretto,via Mancinelli.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato,di sera come di giorno,buio,scuro.Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci,parlano di Moro e di viaggi,di quei sogni che ogni ragazzo ha in testa a diciotto anni.Il risotto di Danila,la madre di Fausto,li attende fumante.Fausto non sopporta quando Jaio arriva in ritardo agli appuntamenti."La prossima volta me ne vado,non ti aspetto più- dice all'amico ."Cerca di essere più elastico-risponde Lorenzo.I passi si fanno più intensi e i pensieri corrono veloci come razzi.Un pezzo di vita scorre come la trama di un film e i ricordi prendono il sopravvento.Quei sabati al Parco Lambro con le chitarre,sognando un po' di California,ad ascoltare chi tornava da mete lontane ognuno con la sua piccola verità.Ricordi che si rincorrono come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young.Le voci degli amici ,delle ragazze,delle lunghe discussioni politiche.Le prime esperienze con le donne consumate in poche ore,la fretta di correre lontano e di fuggire via da Milano.Il suono della chitarra di Jaio,ricevuta in regalo dallo zio solo due anni prima. E quei progressi fatti dai primi timidi accordi alle canzoni vere e proprie imparate su manuali di contrabbando.Le feste al Leoncavallo,i concerti di jazz ,il bar,spettacoli teatrali di compagnie che vengono da lontano.Il blues di Jaio e i Rolling Stones che Fausto ama tanto ascoltare. All'altezza del portone dell'Anderson School i passi d'improvviso si fermano.Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano intorno per chiedere aiuto.Intorno a loro c'è il vuoto, la solitudine. Così due giovani dall'accento romano si avvicinano con fare sbrigativo.Li bloccano.Ora i quattro si trovano faccia a faccia.Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il bavero alzato,avrà diciotto,vent'anni."Siete del Centro Sociale Leoncavallo?-dice con voce squillante. Lorenzo e Fausto si guardano,sono increduli.Non rispondono.Il senso di due vite si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester,7,65,sparati da un professionista. Un'esecuzione. I corpi si accasciano a terra.Il primo a cadere è Fausto .Il proiettile lo colpisce all'addome; gli altri tre in rapida successione all'emitorace sinistro,al braccio destro e alla regione lombare sinistra..Lui compie una torsione su sé stesso .Un quinto proiettile lo raggiunge di striscio bucando gli indumenti.Poi tocca a Lorenzo,Jaio per gli amici.Tre colpi lo fanno crollare sul marciapiede:Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio è a breve distanza,centrato più volte mentre tenta una fuga impossibile.Dopo quei colpi che sembrano petardi scende un silenzio irreale.La strada si fa ancora più scura e nel buio scappano gli assassini.Polizia e carabinieri ammetteranno che si tratta professionisti,che nulla è stato lasciato al caso. Killer che avevano già sparato altre volte:conoscevano le armi,come utilizzarle senza silenziatori.Due ragazze appena entrate dall'oratorio,si affacciano dalla finestra e notano tre persone fuggire e due corpi riversi in una pozza di sangue.Alla polizia diranno che avevano sentito come dei petardi.Anche la perpetua della chiesa, che in quel momento si trova nell'abitazione che dà su via Mancinelli,intuisce che qualcosa non va e avvisa il parroco,Don Carlo Perego,uno di quei preti di quartiere che ha visto crescere tutti i ragazzi in un'unica strada.Si avvicina,riconosce Jaio e Fausto.Si china come in un atto di pietà e raccoglie il corpo mancante di Lorenzo Iannucci che gli spira tra le braccia:Poi in un momento di lucidità torna a casa e avvisa il 113.Don Perego piange come un bimbo,si dispera.Pensa a quanto sia ingrata la vita."Perché proprio loro?-continua a chiedersi."Erano così giovani,non avevano mai fatto di male a nessuno.Fausto veniva ancora sul campetto dell'oratorio insieme con Lorenzo e io li facevo entrare purché si limitassero a giocare al pallone e non parlassero con i nostri ragazzi di politica".Detta queste parole mentre la via inizia a brulicare di persone.Ragazzi come loro,di quel quartiere nella periferia est di Milano che frequentano il Centro Sociale Leoncavallo.Nel quartiere c'è chi offre la sua versione."Quella via era un pericolo-grida un conducente dell'autobus appena rientrato nella vicina rimessa dell'Atm di via Teodosio.Una ragazzina si scansa dal gruppo e piange.Il corpo di Lorenzo e' ancora coperto da un lenzuolo bianco mentre quello di Fausto viene trasportato all'Ospedale Bassini in un disperato tentativo di salvarlo. C'e' un via e vai di gente di ogni tipo.Ragazzi del Centro Sociale si mischiano ai tanti abitanti del Casoretto che vengono a rendere omaggio a due giovani delle loro strade.Giornalisti armati di taccuini cercano una verità credibile ma le fonti istituzionali percorrono disordinatamente piste di ogni tipo. C'è chi mette le mani avanti.Il capo di Gabinetto della Questura Bessone si lascia andare,parla a braccio con alcuni cronisti ."E' chiaro.Si tratta di un regolamento di conti,una faida fra gruppi della nuova sinistra o inerente al traffico di stupefacenti":Nessuno gli crede.Ci guardiamo stupiti.Traffico di stupefacenti?Faide tra gruppi?La matrice di destra di quell'omicidio e' ben chiara ,viene sussurrata da molti quella sera ma non ci sono prove.Gli assassini agiscono con la massima sicurezza. Così come altrettanto certa risulta la loro provenienza. I tre scappano verso il Centro Sociale Leoncavallo anziché fuggire verso la più vicina Piazza San Materno.Forse perché non conoscono la città.Molti assistono alla dinamica dell'agguato.Lo si saprà più tardi analizzando le varie controinchieste che Lotta Continua,Avanguardia Operaia e il Movimento Lavoratori per il Socialismo.Vicina ai killer si trova una testimone oculare,Marisa Biffi.Mette a verbale ciò che ha visto.(Agli atti delle inchieste dei giudici Spataro,Barazzetta ,Mascarello e Salvini).
"Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede e si trovano a 5-6 metri da me.Contemporaneamente un altro giovane e' leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi tanto che penso che quel gruppo di quattro persone sta scherzando. Non vedo alcuna fiammata di arma da fuoco. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che e' piegato su se stesso cade in terra.Solo allora comprendo che e' successa una cosa pazzesca e mi avvicino al giovane caduto anziché entrare subito nella parrocchia.Scorgo la fisionomia di un ragazzo steso per terra in una pozza di sangue.Subito oltre il suo corpo e quindi più vicino alla via Leoncavallo,c'è davanti a me, ad un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra.Posso senz'altro affermare che quello che cade per primo e' Lorenzo Jannucci mentre quello già steso a terra e' Fausto Tinelli.Nessuno dei due ragazzi pronuncia alcuna parola,neppure un'invocazione di aiuto.Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio,avviandosi verso via Leoncavallo.Escludo di aver visto mettersi in moto una macchina verso via Mancinelli, subito dopo gli spari.Noto che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano.Mi pare che lo abbia diretto verso il killer che si contorce e che entrambe le mani stanno dentro il sacchetto.Il giovane sta sparando verso Jannucci .Non ho visto altri sacchetti nelle mani dei due giovani e non ho neppure visto alcuno di loro assumere un atteggiamento quale quello che può assumere uno sparatore.Secondo me allo Jannucci spara una sola persona.Forse i colpi sono attutiti da un arma dotata di silenziatore .Ripeto :ho la netta impressione che il sacchetto bianco sia di plastica e che l'assassino vi tenga le mani dentro".
Il pomeriggio per Fausto e Jaio inizia tardi,come ogni sabato.Fausto esce dal portone della sua casa in via Montenevoso 9 alle 16,3O.Molti testimoni interrogati dal magistrato Armando Spataro lo vedono intorno alle 17 al Parco Lambro.Poi dopo aver scambiato qualche battuta con amici si alza dall'erba e se ne va.Sono le 18,3O.Anche Jaio quel pomeriggio si trova nel "pratone" del Parco ma non insieme a Fausto:Lorenzo si dilegua alle 17 mentre Fausto arriva.Si reca in Piazza Duomo dove lo attende Celina Hernadez,la sua ragazza.Vanno a spasso insieme,mano nella mano come due innamorati;osservano le vetrine del centro,entrano in un bar, poi alle 19 prendono la metropolitana.Da Duomo a Pasteur il tratto è breve,solo una manciata di minuti. Jaio ha un appuntamento,proprio con il suo amico Fausto.Di sabato si usa andare da Danila che cucina bene ed e' felice di vederli insieme.Si trovano in trattoria,quella che sta davanti al Centro Sociale Leoncavallo,La Creuta Piemonteisa.Celina torna a casa.E' l'ultima volta che bacia il suo Jaio.Fausto arriva un pò in anticipo.Alle 19 si siede vicino all'entrata con Maurizio.Si ride,si parla.Si tira mezz’ora poi dalla porta spunta Jaio,sorride,si scusa."Capitemi anche voi-dice mentre guarda verso Fausto."Capisco,capisco ma ora c'è il risotto,altrimenti Danila si arrabbia e ha tutte le ragioni di questo mondo".Sono le 19,35.Passano pochi minuti e Fausto e Jaio escono dal locale.Una ragazza del Centro dichiara che fuori dalla trattoria,che ha dei teli sulle vetrine,si vedono come delle ombre cinesi che si allontanano.Nel locale gli avventori notano la presenza di tre individui mai visti prima di allora.Hanno circa vent'anni, alti un metro e settanta.La descrizione combacia perfettamente con quella degli assassini.Secondo la ricostruzione di due giornalisti di Radio Popolare,Umberto Gay e Fabio Poletti,i due ragazzi non entrano subito da via Mancinelli ma per un motivo ancora inspiegabile" si incamminano lungo via Lambrate in direzione di Piazza San Materno per poi risalire lungo via Casoretto".La circostanza smentisce almeno tre controinchieste del Quotidiano dei Lavoratori,Lotta Continua e La Sinistra.Lc di venerdì 24 Marzo 1978 scrive che "gli assassini li attendevano fuori dalla trattoria e dopo aver visto Fausto e Jaio uscire e imboccare via Mancinelli sono saliti su una moto e una macchina che ha girato intorno all'isolato del deposito ATM Teodosio che si percorre a piedi in cinque minuti mentre dalla trattoria al luogo dell'agguato,due persone che parlano tra loro ci impiegano lo stesso tempo".Anche il quotidiano dell'MLS, La Sinistra, si cimenta in una ricostruzione analoga."Dopo essersi accertati della presenza dei giovani del centro sociale nella trattoria,magari appostandosi nella stessa via Leoncavallo con le vetture,gli assassini avrebbero aspettato che qualcuno di questi imboccasse via Mancinelli per far scattare la trappola:con i mezzi il commando si sarebbe fatto trasportare in via Casoretto-Piazza San Materno percorrendo via Teodosio o via Lambrate in tempo per scendere dalle vetture e incrociare Fausto e Jaio in via Mancinelli".Gay e Poletti portano nuove prove alla loro tesi. C'è la testimonianza dell'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli.Li sente parlottare."Commentavano i titoli delle edizioni straordinarie dei giornali sul caso Moro"-dice con assoluta certezza."Si sono fermati per pochi secondi poi sono andati verso il deposito dell'Atm".Sono le 19,55, qualcosa li attira dentro via Mancinelli.Ad attenderli ci sono i killer. Sono in tre.Due hanno l'impermeabile bianco con il bavero alzato.L'altro indossa un giubbotto marroncino chiaro,di finto cammello.Formano un capannello davanti al portone dell'Anderson Scholl. Gay e Poletti sostengono che almeno uno degli attentatori e' conosciuto ai ragazzi.Ma Ornella Rota della Stampa ,il 22 marzo 1978 dice che Marisa Biffi,la testimone oculare,vede i cinque fronteggiarsi per pochissimi istanti .
"Potrebbe confermare che prima di sparare gli assassini hanno voluto assicurarsi che Lorenzo e Fausto fossero del centro sociale".Ci sarebbe un altro teste,un certo Tiziano.Abita in via Casoretto 8.Esce di casa poco prima delle 20,riconosce Fausto e Jaio che imboccano via Mancinelli.Li saluta.Bastano pochi secondi per capire ciò che sta per accadere.Vede due giovani che corrono in direzione di via Casoretto,come se fossero appostati nella piccola rientranza tra l'edicola e l'angolo della via. I due corrono velocemente.Uno prende al volo l'autobus 55,porta un giubbotto marroncino,capelli ricci,castano chiaro. L'altro si guarda intorno,lo accoglie un attimo di indecisione.Poi si allontana in via Accademia.Verso le 20 un anziano passante scorge un movimento strano.All'angolo tra via Casoretto e Piazza San Materno giungono una macchina e una moto che si fermano solo il tempo necessario per far scendere tre giovani,due con l'impermeabile chiaro e il bavero alzato,uno con il giubbotto.Il commando era dunque formato da cinque persone.Due coprivano i tre killer dentro via Mancinelli.Dovevano per forza conoscere la zona,forse ci abitavano pure.Avevano condotto i killers venuti da fuori nel luogo del delitto poi,a lavoro finito,si sono dileguati nel nulla.Gay e Poletti,nel loro dossier del marzo 1988,ricordano che" i due giovani visti da Tiziano non sono stati notati da Marisa Biffi,la cui attenzione era attratta dal gruppo dentro a via Mancinelli."
In quella via Fausto e Jaio trovano la morte.I tre assassini sono armati ma solo uno,il più grande del gruppo,quello più esperto estrae una Beretta 8O ed esplode otto colpi calibro 7,65 con proiettili mantellati di tipo Winchester.I ragazzi del Casoretto sono proprio davanti all'assassino,lo guardano in faccia.Lui spara a freddo,prendendo accuratamente la mira,incurante del tempo che passa e dei testimoni che possono riconoscerlo mentre i due complici lo proteggono a breve distanza.Uno di loro ha in mano una calibro 9.L'arma che uccide è automatica e il sacchetto di cellophane o di tela visto da Marisa Biffi è senza dubbio uno stratagemma per evitare l'espulsione dei bossoli.Un sistema diffuso negli ambienti della malavita romana .Così si spiegherebbe la contraddizione tra il rumore prodotto dalla pistola,descritto da quasi tutti i testi come attutito o scambiato per mortaretti e petardi,con l'impossibilità di utilizzare un silenziatore su una pistola a tamburo,cosa invece possibile per un'automatica.Qualche ora dopo l'omicidio viene rinvenuto,come scrive il giovane cronista dell'Unità Mauro Brutto,un proiettile schiacciato che era accanto al corpo di Jaio.Nessuno lo ha notato,e' posto in una rientranza del marciapiede. Mauro sa che quella è una prova in grado di indirizzare gli inquirenti sulla pista giusta."Riconoscere a prima vista il calibro di un proiettile schiacciato non è cosa facile neppure per un esperto".
Anche sulla dinamica dell'omicidio Brutto prova a tracciare un suo identikit del killer.Lo fa da esperto giornalista di nera preso da una forte emozione : quella storia di ragazzini di quartiere ammazzati in modo barbaro lo ferisce."E' stato possibile compiere una prima analisi sui due corpi che riconferma la ferocia degli assassini e la chiara volontà di uccidere.Iannucci è stato raggiunto da due colpi alla gola,sparati dal basso verso l'alto,come se il killer avesse estratto la pistola improvvisamente,mentre era a lui vicino.Sul corpo di Tinelli sono stati contati 7 fori di entrata:due al torace,uno nella regione ascellare destra,uno all'inguine dalla parte destra,uno al braccio destro,uno al gluteo destro e l'ultimo al fianco destro.E' evidente che ha continuato a sparare al giovane anche dopo che era caduto a terra".Mauro parte di prima mattina,controlla le sue fonti,passa più tempo a verificare i fatti che a scriverli.Fuma sessanta Golois senza filtro al giorno.Era un cronista di strada.Di sera torna in redazione.Me lo ricordo.Toglie il suo impermeabile rigorosamente bianco,mette sul tavolo le lattine di birra e i pacchetti di sigarette.Rimane lì fino a tardi,con la sua luce fissa e migliaia di carte che incolla.Sono appunti ,brogliacci,fogli."Poi quando penso di essere alla fine della mia inchiesta li srotolo e tutto mi sembra più chiaro".Mauro e' arrivato molto vicino alla verità.Quel caso lo appassiona più di ogni altro.Dal 18 marzo 1978 lavora giorno e notte,come un infaticabile macchina cerca-notizie.Lo dirà anni dopo a Danila,la mamma di Fausto:"Ebbi l'impressione che fosse giunto al termine della sua inchiesta"-ricorda con tanta commozione."Mauro venne a casa mia come un amico di lunga data.Stava lavorando sul connubbio tra trafficanti di eroina,fascisti milanesi e romani,apparati dello Stato,me lo aveva confidato".Disse che "la verità di Fausto e Jaio non era così chiara come qualcuno voleva farla apparire".Ora Mauro non c'è più ma le sue intuizioni rimangono stampate nero su bianco.Una auto bianca lo investe in circostanze misteriose in via Murat ,alle 20,45 del 25 novembre 1978,pochi mesi dopo l'omicidio del Casoretto mentre ,pochi minuti prima ,si era recato in un bar ad incontrare una persona rimasta senza volto,probabilmente una fonte.Quel giorno che morì, secondo l'amico e collega Beppe Ceretti ,"doveva recarsi a Lambrate e in Piazza Maciachini".Esce dalla sua macchina,una Cytroen Pallas rosso amaranto ed entra nel bar tabacchi in via Murat all'altezza del numero 36.Rimane il tempo per comprare due pacchetti di sigarette,le sue Golois,beve un aperitivo poi schizza fuori.Supera la prima metà della strada,proprio sulla striscia bianca che divide le carreggiate.Guarda da una parte,c'è una Fiat 127 rossa,attende il passaggio ma nella direzione opposta appare una Simca 1100 bianca che viaggia a 70 chilometri all'ora.
La macchina punta su Mauro,lo coglie di striscio,quanto basta per farlo finire sotto le ruote del 127 che lo travolgono schiacciandogli cranio e torace.Questa almeno rimane la versione ufficiale.Molti non credono alla tesi dell'incidente.Dario Brutto,il fratello di Mauro,non si è dato pace fino a poco prima di morire d’infartoi."E'un omicidio,la tipica dinamica di un falso incidente.Solo mafia o uomini dei servizi possono colpire in quel modo".Dario fa l'avvocato.Spende parte della sua vita per trovare una verità sul caso di suo fratello che ,per molti versi,si interseca con quello di via Mancinelli.Mauro indaga su Fausto e Jaio da diversi mesi.E' un caso diverso da quelli che abitualmente gli toccano in cronaca:le bische clandestine di Francis Turatello,i traffici di Epaminonda,il rapimento di Cristina Mazzocchi.E ancora droga,racket ma anche inchieste di straordinaria lucidità sul terrorismo e sulla delinquenza politica.Lui aveva capito che per afferrare brandelli di verità bisognava lavorare senza tregua componendo assieme infiniti dettagli.Nella sua casa si ritrovano giovani cronisti che tentano di accostare pezzo dopo pezzo quell'intricato puzzle fatto di indizi.Umberto Gay parla di quel lavoro."La controinformazione era rischiosa perchè dovevi andare spesso a cercare le fonti nel campo avverso ed eri comunque un soggetto facilmente identificabile.Questo lavoro mi ha fatto conoscere Mauro Brutto,fu lui che influenzò in modo decisivo la mia decisione di fare il giornalista d'inchiesta. Mauro fu il primo ad occuparsi del caso di Fausto e Jaio,cercando di capire il motivo di quell'agguato e i risvolti oscuri della vicenda.Se ne occupava in tutti gli spazi liberi di tempo.Aveva lavorato in precedenza per una rivista francese della sinistra,Maquisard,il partigiano.Il suo lavoro iniziale è risultato fondamentale per la riuscita del nostro dossier.Io vorrei ricordare che Mauro Brutto morì investito da un'automobile,una Simca 1100 di cui non si è saputo più nulla.Malgrado fosse molto stimato e conosciuto negli ambienti della Questura milanese,furono svolte poche indagini per accertare le circostanze che determinarono la sua morte.Se dovessimo redigere un documento ufficiale diremmo che Mauro Brutto è stato ucciso da un'auto pirata,ma ci sono molte cose che non convincono,sulla dinamica dell'incidente".Quella sera in via Murat il corpo di Mauro finisce sotto la 127.Alla guida c'era Aldo Barbieri,lì accanto sua moglie Daniela.Il racconto del signor Barbieri è fin troppo preciso."Stavo percorrendo via Murat in direzione di via Marche,quando all'altezza del numero civico 38 ho visto il pedone che attraversava la carreggiata proveniente da sinistra.Ho lampeggiato ripetutamente e lui si è fermato sulla linea di mezzeria.Nel senso opposto giungeva ad almeno 70 chilometri orari una Simca bianca che invadeva anche la mia corsia e che non ha affatto rallentato,sembrava puntare sul pedone".
In pochi minuti via Murat è piena di volanti della polizia,carabinieri,magistrati.Uno spiegamento esagerato per un semplice incidente. A provocarlo è una misteriosa telefonata al 113,fatta da uno sconosciuto:"Accorrete in via Murat perché c'è stata una sparatoria ".Mauro porta inoltre con sé un grande borsello con la tracolla che,in seguito all'urto,è caduto al centro della corsia opposta a dove giace il corpo.Molti testimoni dicono di aver visto una mini minor rossa passarci sopra e trascinarlo via.In particolare Agostino Ribolla segnala agli agenti di avere sentito il rumore del trascinamento del borsello.Lì dentro ci sono documenti importanti,un vero e proprio dossier : viene ritrovato in via Populonia,a pochi passi da via Murat ma del contenuto scottante non vi e' più traccia.Brutto Un giorno mentre e' in via Arquà,nei pressi di via Mancinelli deve sfuggire a tre colpi di pistola.Prende al volo un taxi che lo porta lontano dagli attentatori.E' andato al Casoretto per l'inchiesta su Fausto e Jaio,forse per incontrare una persona in grado di passargli importanti informazioni.Ciò accade dieci giorni prima di morire.Ma c'è un'altra pista .Mi è stata raccontata da Gerry che per quindici anni ha lavorato alla rivista Maquis,specializzata in terrorismo e servizi segreti internazionali."Mauro Brutto si stava inoltre occupando delle infiltrazioni nelle Brigate Rosse da parte dei servizi italiani.Avrebbe scritto un lungo articolo per la rivista Maquis.Poco prima dell'incidente di via Murat venne avvertito dal giornale che l'inchiesta si faceva un pò troppo pericolosa.Tre giorni dopo una Simca bianca stroncò la sua giovane vita.Strane coincidenze".Due giorni prima di morire ,Mauro si presenta al Nucleo Investigativo dei carabinieri di Milano e cerca il colonnello Gerolamo Cucchetti.Vuole consegnare un dossier su Fausto e Jaio.Rimangono le sue intuizioni sul caso di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci."C'era un vuoto di dieci minuti nella ricostruzione di ciò che è avvenuto sabato 18 marzo in via Mancinelli al Casoretto.Un vuoto che era già apparso come l'elemento risolutivo del caso." -scrive sulle pagine dell'Unità.Qualcuno in Questura aveva fatto circolare la voce che la pistola fosse a tamburo,tipo calibro 32 ma Mauro smonta il tentativo di depistare l'indagine ."E' un'ipotesi tirata per i capelli come del resto quasi tutte quelle formulate.Non si capisce per quale motivo gli attentatori dovrebbero aver modificato la pistola le cui munizioni,le 7,65,sono normalmente in commercio e facilmente reperibili".Il cronista non è avaro di particolari."C'è almeno un elemento certo nelle indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli.I killer per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica.Per questo motivo sul luogo dell'omicidio non sono stati trovati i bossoli ed i testimoni hanno sentito colpi ovattati.Un particolare che conferma il livello di professionalità:gli assassini non hanno voluto rinunciare al vantaggio della rapidità di tiro fornita da una pistola automatica senza però correre il rischio di disperdere i bossoli e lasciare quindi una traccia che in qualche modo poteva portare a loro.La necessità da parte degli assassini di sfruttare la rapidità di tiro delle automatiche indica che intendevano essere certi di uccidere nel minor tempo possibile per non dare ai testimoni la possibilità di descrivere,anche in modo approssimativo,i loro volti".Un racconto minuzioso. E loro,i killer,dove corrono? Seguiamo i tre in via Mancinelli.Potrebbero tornare verso via Casoretto ma scelgono di percorrere l'intera via,lunga trecento metri,con il rischio di imbattersi in qualche macchina di polizia e carabinieri.Con le armi in mano iniziano la lunga corsa.Si voltano intorno.Scorgono le sagome dei corpi senza vita di Fausto e Jaio,gli voltano le spalle.Uno di loro,quello più alto,lo sparatore si accorge che una donna li ha visti ma è certo che il buio di quella via non avrebbe mai potuto permettere la completa identificazione .Nel silenzio di quella sera si sente il rumore delle scarpe sull'asfalto. I due giovani con l'accento romano , l'impermeabile bianco e il bavero alzato percorrono il marciapiede di sinistra mentre quello con il giubbotto marroncino prosegue a destra. E'una fuga che dimostra la sicurezza di non essere riconosciuti ed eventualmente la decisione di sparare anche su chiunque li volesse fermare.Se fossero scappati verso Piazza San Materno avrebbero trovato bar e trattorie aperte:inoltre davanti al ristorante" Il Faro" staziona una macchina dei carabinieri; via Mancinelli e' buia e deserta,così come il centro sociale Leoncavallo e' chiuso,dato che il concerto inizia più tardi.
I killer corrono fin quasi all'angolo con via Leoncavallo. Lì,a pochi metri,c'è l'ingresso a un garage pubblico che conduce anche al retro del Centro.Esce Natale di Francesco,un uomo claudicante, che incrocia i due: dirà poi che avevano tra i 18 e i 2O anni , che erano alti un metro e settanta e indossavano impermeabili chiari. L'altro del commando prosegue sul marciapiede di destra e all'altezza del deposito incrocia una macchina dei carabinieri che procede in senso opposto.Il fatto,decisamente inquietante,viene reso noto da Lotta Continua.Il quotidiano scrive che "mentre i tre,due su un marciapiede e il terzo sull'altro,arrivano quasi in fondo a via Mancinelli,sta entrando in contromano proveniente da via Leoncavallo la prima gazzella dei carabinieri:i tre si mettono a camminare,due entrano mentre passa la gazzella,in un cortile che dà anche sul retro del Centro Sociale:l'altro entra in via Chavez".Se fosse confermata questa versione ,una macchina dei carabinieri avrebbe incrociato per pochi secondi uno degli assassini di Fausto e Jaio senza però fermarlo,chiedergli almeno i documenti.
"Era una voce che avevamo raccolto nella zona da un testimone ma non so dire se corrisponda al vero"-dice il compianto Angelo Brambilla Pisoni,alias Cespuglio, che per il giornale condusse inchieste approfondite.Secondo altre testimonianze mai ufficializzate dalla polizia quello con il giubbotto marroncino avrebbe attraversato via Leoncavallo a piedi e raggiunta via Chavez si sarebbe dileguato con una moto di grossa cilindrata guidata da un complice verso via Padova.
La scena si sposta a pochi metri dal luogo dell'agguato.Sono le 20,05.Una moto sfreccia in Piazza Durante proveniente proprio da viale Padova,incrocia volanti e gazzelle che stanno andando in via Mancinelli.In una cabina telefonica una ragazza capisce che la moto è in difficoltà ,procede a zig zag tra il traffico e un ragazzo con un giubbotto marroncino lancia in una siepe dei giardinetti pubblici una pistola Beretta calibro 9 con il numero di matricola limato,il colpo in canna e sei proiettili nel caricatore.Il fatto viene descritto anche da Angelo Palomba,abitante in via Garofalo 46.Non e' l'arma che uccide Fausto e Jaio ma e' pronta a fare fuoco in caso di bisogno.La moto sembra dileguarsi nel nulla.Passano pochi secondi e un'altra ragazza che si trova in Piazza Aspromonte la vede passare,ci sono due giovani a bordo,quello dietro scende ,armeggia sulla targa e toglie una specie di mascherina .Si fa coraggio e si presenta ai carabinieri: mette a verbale la sua descrizione dell'uomo del commando."Era alto un metro e Settanta,capelli scuri mossi,ha circa 25 anni,indossa un giubbotto marrone chiaro".Gli assassini scappano in direzione via Leoncavallo e non si capisce la ragione.Un particolare che lascia perplesso anche Carmine Scotti,poliziotto della narcotici e della Digos di Milano,ora alla Questura di Cremona.E' il primo ad indagare inquadrato nella polizia giudiziaria,per conto del magistrato Armando Spataro.Un caso che gli sta a cuore.Ancor oggi."Mi resi conto che era gente che veniva da fuori Milano.Gran parte di loro erano professionisti ,avevano già sparato ma provenivano da un giro diverso da quello della criminalità comune.Lo capiì da come si vestivano.Appartenevano ad un ceto diverso da quello di Fausto e Jaio.Usavano gli impermeabili chiari come una sorta di divisa.Qualcuno anche per nascondere armi lunghe.Nel gruppo uno dei tre era scafato,per modalità di esecuzione,per scelte logistiche.Venne scelto con cura il luogo:buio,isolato,vicino alla stazione Centrale e la tangenziale est".
Sono pochi i buchi neri sulla meccanica dell'agguato.In molti pensano che Fausto e Jaio possano aver conosciuto i loro aggressori.Lo scrivono su alcuni giornali.Insinuazioni pesanti,messe in giro ad arte per spostare le inchieste che seguono in altre direzioni.Esattamente come per tutte le stragi. Mauro Brutto dell'Unità non lascia dubbi."L'unico dato certo che polizia e magistrato hanno confermato alla stampa è che Lorenzo e Fausto sono caduti in un vero e proprio agguato e non sono state vittime di una lite o di un diverbio scoppiato all'improvviso.Anche se i due ragazzi sono stati visti da alcuni testimoni parlare con gli assassini,costoro li avevano attesi lungo la strada che portava a casa di Tinelli,con in tasca pistole avvolte in sacchetti di plastica per impedire ai bossoli di cadere in terra e cancellare un importante traccia ".Qualcuno decide la morte dei ragazzi del Leoncavallo ma un fatto,una circostanza li induce ad accelerare l'agguato.Quale?Fausto e Jaio erano seguiti da giorni,così come Danila,la madre di Fausto."Mi seguivano macchine targate Roma e una moto di grossa cilindrata targata Milano- dice Danila -Il padrone della moto era uno di Vimercate .L'avvocato Mariani (parte civile per la famiglia Tinelli) ne possiede perfino il numero di targa.Tra dicembre 1977 e Gennaio 1978 c'era una mini rossa che mi pedinava.Anche Fausto veniva seguito da almeno quattro settimane prima di essere ucciso".Nel Gennaio 1978 Fausto manifesta apertamente timori e paure che confida alla fidanzata ."Silvana sono preoccupato-dice- quando è sera mi guardo intorno e penso sempre che qualcuno mi segua.Non voglio passare più da Piazza Udine".Il padre di Silvana accompagnerà spesso il ragazzo a casa,in via Montenevoso 9.
Sono quasi le 17 del 18 Marzo 1978.Jaio e' già fuori casa e si incammina verso il Parco Lambro.Uno squillo di campanello rompe la routine di un tranquillo sabato pomeriggio a casa Iannucci."C'è qualcuno alla porta"dice Jaia,sorella di Lorenzo,rivolgendosi alla madre indaffarata nei mestieri di casa."Vado io ad aprire".E Jaia apre la porta.Vede un uomo di colore sui trent'anni ,probabilmente un africano che parla solo inglese e che sembra molto spaventato."Eight o'clock,eight o'clock,Danger,danger"-continua a ripetere meccanicamente mentre mostra un orologio al polso.La signora Iannucci e Iaia rimangono allibite."Cosa vuol dire?Pericolo alle otto".Si guardano senza capire. Perché quell'africano suona proprio il loro campanello?Che cosa lo agita tanto?L'uomo non conosce l'italiano non riesce a spiegarsi meglio.Mentre corre giù nelle scale ripete quasi meccanicamente il suo messaggio.Chi era ?Che cosa aveva sentito?Non c'è risposta ma nel quartiere Casoretto in molti sanno che si prepara qualcosa di grosso.Dovevano saperlo in tanti perché le modalità fin qui descritte portano ad una conclusione certa:solo una vasta rete di complicità può consentire ai killer di colpire e sparire."Non capì il senso della frase ma alla luce dell'omicidio avvenuto poco prima delle 20 l'uomo di colore forse voleva avvertirci che qualcosa sarebbe accaduto proprio a quell'ora".Di misteri l'omicidio del Casoretto è fin troppo intriso.Il padre di Jaio,Mario Iannucci,operaio della Nuova Innocenti, è alla finestra della sua abitazione al Casoretto.Vede un gran passare di macchine di polizia e carabinieri e di autoambulanze.Fin qui tutto è regolare.La sorella di Lorenzo sostiene che il fatto accadeva due minuti prima del duplice omicidio."La prova sta nell'orologio del campanile della chiesa di Piazza San Materno che suona due volte,tre minuti prima e tre minuti dopo l'ora,da sempre.Quella sera i rintocchi battono esattamente alle 19,57 e alle 2O,O3"mi dice Jaia con una sicurezza matematica.Da che parte provengono quelle macchine?Dove sono dirette?Chi le ha chiamate?Danila Tinelli racconta un particolare che conferma la tesi dell'omicidio premeditato e l'agguato in piena regola che sarebbe dovuto scattare da lì a pochi giorni."Quattro giorni prima che Fausto morisse arrivò una telefonata.Era una ragazza .Si presentava come amica di mio figlio.Mi chiedeva però che scuola faceva,a che ora ritornava a casa.Due giorni dopo,tornando dal lavoro ,mi scontrai sulle scale con una ragazza sui 21-22 anni.Vestiva elegantemente,all'ultima moda:stivali in pelle,soprabito,capelli castani con una riga da una parte.Una vecchietta che abitava nel mio palazzo mi disse che le si era presentata poco prima una ragazza .La descrizione combaciava perfettamente con quella che incrociai sulle scale. L'anziana signora cadde nella trappola.La ragazza le chiese vita,morte e miracoli di Fausto:notizie di ogni tipo,comportamenti,abitudini.Gli assassini erano in possesso di dati utili per far scattare il piano.Quando tornò a casa Fausto gli spiegai ciò che era accaduto.Mi disse che non conosceva nessuna persona con quelle caratteristiche .Sono convinta che la donna faceva parte del commando che uccise mio figlio".Il sabato che precede l'omicidio Danila ha come un presentimento."Sentivo l'angoscia crescere.Era sera e Fausto,Jaio e Ivano Valtesi uscivano da casa mia,credo fossero diretti al Leoncavallo per un concerto.Dissi loro di non passare da via Mancinelli,era troppo buia,perché qualcuno avrebbe potuto sparargli alle spalle.Quelle telefonate,la ragazza con l'impermeabile mi avevano fatto pensare che qualcosa di brutto potesse accadere a quei ragazzi,ne ero certa.Poi c'è un altro particolare.Fausto aveva abitudini regolari.Andava a scuola alla stessa ora.Alle 14,30 tornava a casa,mangiava,alle 16 prendeva il te con i biscottini,alle 17 andava al Leoncavallo,alle 20 circa era nuovamente a casa.Era facile colpirlo.Bastava seguirlo,controllarlo per poche ore ,come è stato fatto dai suoi assassini"..Danila racconta mentre le scende una lacrima sul volto."Fausto e Jaio sono stati trattati come fossero dei fantasmi.Invece erano persone in carne e ossa.Non facevano del male a nessuno.Sono stati anni duri,diciotto lunghi anni di silenzio.Noi chiedevamo giustizia,uno straccio di prova che potesse aprire il processo.Solo pochi ci hanno dato una mano.Oltre a te ci sono quelli del Centro,Brutto,Gay,Poletti.
E' lo stesso silenzio che anticipa la volontà di insabbiare,di dimenticare,come per tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro paese.Noi lì a chiedere giustizia.Gli altri,polizia e magistratura,a tacere.Si è fatto poco sul caso di Fausto e Jaio,si sono persi momenti preziosi,attimi che avrebbero potuto far emergere le trame nascoste che li portarono alla morte.Forse perché avevano diciotto anni,frequentavano il Centro Sociale,portavano i capelli lunghi.Forse perché non erano uomini potenti,magari dei ministri ".
UN INDIO DAI CAPELLI NERI
Lorenzo Iannucci,detto Iaio,e' un ragazzo di quartiere.Conosce anche gli angoli più nascosti del Casoretto,di quel complesso sistema di viuzze e piazzette che fa di quella parte di Milano un enorme paesone,dove tutti si conoscono ieri come oggi.Un quartiere popolare,dove la sinistra ha la maggioranza:il Pci ottiene negli anni Settanta in questa zona risultati sorprendenti.Figlio di operai,immigrati cresciuti nella zona più popolosa della grande Metropoli.Jaio viene a Milano che è piccino,solo nove anni.Il padre Mario vuole cambiare aria e spostarsi dal Meridione in Lombardia:il lavoro sicuro,un avvenire per i figli,una vita migliore.Un anno dopo,nel 1970,Lorenzo si ammala per una malattia nervosa causata dal trauma del cambiamento di vita,dal clima .La famiglia Iannucci si trova alle prese imbatte con la sanità milanese, con le lungaggini burocratiche,proprio come nel loro Sud.Poi arriva la scuola media e dai fiocchetti azzurri si inizia a studiare per davvero.Va bene,intendiamoci, anche se per i professori e' un po' svogliato. I pomeriggi li passa all'oratorio.Riesce a starci nonostante il carattere ribelle,lega con gli amichetti,scambia con loro le figurine,gioca a pallone,senza soste.Sono gli anni della spensieratezza. A quattordici anni ,però,iniziano i primi scontri con la famiglia,le scuole superiori creano le prime fratture,i genitori scelgono gli indirizzi per i figli e così Jaio si iscrive al professionale come disegnatore meccanico. Lorenzo abbandona i biliardini della parrocchia.Gli stavano stretti. C'e' un mondo fuori che sta cambiando e sente che bisogna fare qualcosa. Jaio ha fretta,come tutti del resto.Ascolta musica,quella di allora,trasmessa dalle prime radio libere come Canale 96,Radio Regione , Radio Popolare e Radio Specchio Rosso,quella del Loencavallo.Molla i biliardini di Don Perego per abbandonarsi alla politica,aderendo attivamente al Centro Sociale Leoncavallo,occupato nel 1975.E' una ex fabbrica di medicinali trasformata in luogo di incontro e di spettacoli musicali."Ero contrario a chi frequentasse il centro-dice il padre al settimanale Panorama-Ma mio figlio mi aveva assicurato che lì non facevano nulla di male.Del resto mi fidavo di lui:era un ragazzo maturo e ancora rispettoso dei genitori,al punto che se voleva fumare una sigaretta lo faceva ancora di nascosto da me".
Lorenzo viene bocciato nel 1977 all'Istituto professionale Settembrini(frequenta il terzo anno)ma non demorde e torna ancora a scuola. A febbraio 1978,poco prima di morire,la abbandona.Sarà l'ultima volta che vedrà i suoi compagni di classe.E' in cerca di un lavoro,come tutti i diciottenni di allora.Cerca un'indipendenza per poter metter su casa un giorno o fare qualche viaggio.Si iscrive alle liste di collocamento del Comune.Spesso si mette in fila per firmare il cartellino rosa della disoccupazione. "Da qualche mese aveva trovato da lavorare presso un restauratore,un impiego senza libretto che però gli risparmiava l'umiliazione di chiedermi le cinquecento o le mille lire per il cinema"-dirà anni dopo la madre di Jaio.Si scopre stanco ,sfibrato,lo sfruttano fino all'inverosimile,spesso dodici ore di lavoro al giorno per una manciata di lire.Intende mollare il lavoro ma prima,deve finire una sala da pranzo:il padrone gli potrebbe dare trecentomila lire.Da due anni suona la chitarra.Lo zio,un magazziniere della scuola elementare,gli regala una sei corde.La ricordo perché un pomeriggio al Parco Lambro suonammo per alcune ore,senza fermarci.Amava il blues.Quando si iniziava con il giro di mi era contento perché capiva che poteva improvvisare.E' portato per la musica.Ha un orecchio particolare.Lui abita in due locali al terzo piano di un vecchio stabile in piazza San Materno.Qualcosa come ventimila lire al mese d'affitto.In casa ci sta poco perché non possiede una sua stanza, neppure un angolo per le cose personali.Dorme in una brandina nella stanza da letto dei genitori. Così e' sempre in movimento.Adora i bambini.Una volta sulla 62 chiede a una giovane signora che non conosce:"Mi presta il bambino che ci gioco un po’?".La signora avvicina suo figlio a Jaio.E giù boccacce e risate a crepapelle.E' fatto così. Allegro,sempre sorridente,di un sorriso imbarazzante.Sa essere spontaneo anche quando torna a casa dal suo lavoro:dal falegname decoratore lo sfrutta ma poco prima di morire intende lavorare in artigianato con altri.Sempre preso a far progetti di vita,con il suo amico Antonio sogna di comprare una fattoria o aprire una comune.Ama viaggiare:se avesse tirato su qualche soldo sarebbe andato certamente in India.Veste come va di moda negli anni Settanta ma lui e' libero anche da quegli schemi:si cuce perfino i pantaloni larghi addosso.Quando e' al Leoncavallo si sente un re.Gli piace mettersi la bombetta,comprata da un amico nei mercatini di Londra.
La porta sempre. E balla per ore,senza fermarsi.E' buffo con quella faccia da giovane indiano.Uno splendido indio dai capelli neri.
Jaia lo ricorda ancora oggi."Quando aveva 14 anni lo chiamavano Pollicino,perché era piccolo,poi quando andò alle superiori divenne alto,magro,coi capelli lunghi a caschetto:il suo modo di fare affascinava le ragazze con le quali aveva un rapporto bello,era amato dalle persone e si era costruito un gruppo intorno a lui".Jaia nota che nei giorni prima di essere ucciso è cupo,triste." Non mi raccontò nulla a proposito di ciò che lo assillava:solo dopo la sua morte collegai questo suo atteggiamento a qualcosa di più grave,inerente alle indagini che stava svolgendo insieme ad altri sul mondo dello spaccio della droga nel quartiere,qualcosa che lo angosciava in modo profondo".Politicamente e' un "cane sciolto",nel senso che non fa parte di un'organizzazione politica.Va al Leoncavallo,vive anche i momenti delle case occupate.Ce n'e' una in via Pasteur dove andava spesso.Si avvicina all'area dell'Autonomia operaia milanese pur con qualche distinguo.Rifiuta però le etichette.Di lui rimangono i ricordi degli amici e tante poesie,scritte da anonimi ragazzi milanesi che posano i loro pezzi di carta in via Mancinelli,nel luogo del delitto."Sai Jaio,quando mi sei tornato davanti agli occhi?Sentendo un pezzo dei Rolling Stones.Ti ho visto ballare al Leoncavallo.Si erano accese le luci,ma tu continuavi, scuotendo la testa,i capelli,con la camicia marrone fuori dai pantaloni,sulla maglietta.Poi eri venuto in radio,al di là del vetro,col naso schiacciato.Ridevi sorridevi. E sceglievamo la musica in silenzio,frugando per trovare quella giusta.E' buffo,no,con i Rolling Stones?E' l'imperialismo,musica decadente.Quando c' è stato il convegno sull'arte dell'arrangiarsi eri un po' scazzato ma non l'avevi presa male.Il Leoncavallo ti piaceva di più.Un po' più disadorno,ma si ballava e poi c'era bel blues.Altra musica.Ma non abbiamo mai cantato l'Internazionale insieme.Non mi sembra ci sia mai stato bisogno o l'occasione.Non era musica che ti stava bene addosso.Avevi ancora una crosta sul naso stamane, sai?Ti hanno messo proprio in un brutto posto,freddo,c'era troppo raso bianco.Neppure il raso ti andava bene. I fiori,sì.La crosta sul naso,una crosticina e i capelli tirati indietro sulla fronte.Ma io la fronte non l'avevo mai vista.Un indio.Un bellissimo indio con le labbra grosse ,proteso in avanti.Un indio dai capelli neri e con gli occhi gentili".
Con Fausto si conoscono da bimbi,mentre giocano con i calzoni ancora corti alla parrocchia di Santa Maria Bianca,nel cuore del Casoretto.Frequentano i corsi di catechismo e in preparazione della Prima Comunione.Da allora sono diventati inseparabili,amici per la pelle.Giocano per ore,senza stancarsi con quelle scarpette sempre sporche di terra e le magliette che stanno sempre più strette.Sempre insieme alle feste con gli amici,al Lambro,al Leoncavallo.Angelo,vicino di casa e compagno di giochi ai tempi in cui si divertiva nella squadretta dell'oratorio,offre un ricordo incontaminato."Erano gentili con tutti,legati da un affetto fraterno".Di Jaio diranno alcuni amici."Non era un arrabbiato,nemmeno un filosofo:alle dotte analisi politiche preferiva la discussione sui problemi concreti,quotidiani".Rimangono le parole di Paolo che in una lettera a Lotta Continua dona l'esatta percezione di Lorenzo.Una sera gli chiese cosa stesse pensando e lui rispose con una battuta ."Niente, sogno".
IL RAGAZZO DAGLI OCCHI GENTILI
Fausto ha un carattere più chiuso e introverso di Jaio ma insieme sono un'unica cosa.Li tiene uniti una passione per la vita fuori dal comune. Francesca Fratini,sua insegnante di storia dell'arte, ama dire:"E' un ragazzo intelligente che a scuola si impegna e riesce a dare il massimo se gli argomenti che affronta lo interessano:pur non avendo particolari motivi per essere contento,gli piace vivere,guardarsi intorno,rimettere in discussione quello che,appena il giorno prima, lo convinceva".Veniva dalla fredda e riservata Trento dove aveva vissuto fino alla quarta elementare. A Milano si sente spaesato,la città e' troppo grande per un bimbo dagli occhioni gentili e dallo sguardo timido.Gioca con pochi amici. Ivano e' uno di questi."A Milano ci siamo trovati nella stessa scuola,non avevamo altri amici;Lui era da solo e veniva da un'altra città,anch'io ero solo,ci siamo trovati subito.Alle elementari eravamo ancora insieme ma non nella stessa classe".Poi le medie inferiori in una scuola al Casoretto.Tre anni passati,come Jaio del resto,nella massima tranquillità.Il passo verso le superiori è breve e nello spazio di un'estate Fausto si trova iscritto alle professionali:vuole fare il disegnatore meccanico ma non c'e' posto e l'hanno iscritto a congegnatore meccanico.L'indirizzo,un po' forzato non gli piace proprio,gli sta stretto.Ha resistito due mesi ed è passato al liceo artistico.I pomeriggi dei primi anni Settanta li trascorre all'oratorio di Don Perego,proprio come il suo amico Jaio.Ma nei campetti è durato poco.Preferiva fare altro.Spesso si porta i libri in metropolitana,di mattina,quando le vetture sono stracariche di gente che non ti degna di uno sguardo e tira dritto. Lì,in quel caos urbano,mette a fuoco le sue idee. Ivano,suo compagno d'infanzia,dice che "leggeva tutto,avidamente:i pomeriggi li passava spesso sdraiato sull'erba al parco con gli amici e un buon libro da leggere".
Con Jaio ha molte cose in comune ; la passione per la musica era una di queste.Fausto e' impazzito per i Rolling Stones:si fa mandare i dischi in anteprima da suo zio di Trento,grande collezionista di rock.Conosce le loro canzoni a memoria .Secondo Monica,una compagna di scuola di Fausto,"Ultimamente stava tutto il giorno ad ascoltare la musica:a volte perché venisse con noi al parco,dovevamo portarlo con la forza".Ma non c'erano solo artisti stranieri tra i suoi preferiti. Giorgio,suo amico da diversi anni ricorda che" gli piacevano anche pezzi che parlavano di protesta,che ti lasciano lì a pensare,un po' arrabbiati".
Politicamente e' un libertario ma simpatizza per Lotta Continua.Non e' un militante,non accetta le gerarchie.Per questo e' simile al suo amico Jaio."Tutto ciò che Fausto decideva di fare doveva avere un senso-ricorda a Panorama Davide ,compagno di classe,poco dopo l'omicidio-Quando insieme si commentava la morte di un amico diceva che se fosse toccato a lui avrebbe voluto un funerale con le bandiere rosse"perché anche con la morte ci si possa rendere utili".Osvaldo,compagno di scuola,sostiene che "Fausto era un anarchico ;andavamo a prendere i manifesti di Ulrike Meinhof(la terrorista della Raf uccisa nel carcere di Stamheim),i bollettini,in una libreria di sinistra:voleva un mondo pacifico ma non voleva arrivare con i fiori in mano perché era convinto che ci voleva una rivoluzione;ultimamente faceva qualcosa a scuola,ma molto meno di anni fa,l'anno scorso era in un collettivo di quartiere autonomo;quando è uscito ha lasciato andare un po' tutto pur rimanendo sempre un compagno"
Con Danila ha un rapporto speciale, un profondo legame che li porta a parlare per ore.Fausto le confida tutti i problemi, anche quelli piccoli."Era un libro aperto-dice la madre.Gli amici di scuola raccontano che "era rammaricato che la madre non avesse potuto studiare,perché la riteneva donna di grande intelligenza".E lei non ha mai disperato di ritrovare il suo Fausto, magari per strada o tra I discorsi dei giovani d'oggi,in un gesto di bontà verso gli altri,lottando per una società più giusta,umana."Fausto mi parlava spesso di quei ragazzi di zona che iniziavano a bucarsi-dice la madre-Li vedeva intontiti e se ne dispiaceva.Non sapevo che in realtà stava portando avanti un lavoro pericoloso, un'indagine sullo spaccio d’eroina nel quartiere e a Milano.Se lo avessi appreso glielo avrei impedito, con tutte le mie forze perché non sono i giovani che devono occuparsi di questi lavori.Dovrebbero essere le autorità e le istituzioni ad indagare. I genitori, invece, potrebbero svolgere un ruolo di prevenzione,senza aspettare che i figli entrino nel giro dell'eroina.Fausto è un ragazzo che ha sacrificato la propria vita per salvare quella degli altri".
Fausto è un timido.Spesso ti guarda con quegli occhi rivolti verso il basso.E' fatto così.Non che avesse paura degli altri ma la sua provenienza nordica, riservata,lo portava ad ascoltare gli altri.Le ragazze lo imbarazzano. Così lui ripete la solita frase: "Io non le so prenderle".Ce n'e' una pazzamente innamorata di lui e mentre Fausto sale le scale della scuola,vedendolo ,è svenuta:lui si e' messo a ridere come un matto.Sempre pettinato, vestito con garbo,mai una piega fuori posto. I genitori degli amici lo vedono come un ragazzo per bene,per la sua pettinatura e per il modo di fare.Mi vengono in mente le parole di Danila."Ogni volta che la porta si apre penso che Fausto ritorni,con con quello sguardo stralunato,un po’ timido e sognatore,che accarezza i cagnolini e si sdraia per ore a leggere nel suo divano letto".
IL PIANTO DI UNA CITTA'
Due ragazzi di diciotto anni si guardano per pochi secondi,chiudono gli occhi e scoppiano a piangere. Loro,Fausto e Jaio,non li conoscono nemmeno ma la notizia dell'omicidio di via Mancinelli fa in breve tempo il giro della città.Le radio d'informazione diffondono la notizia in tutta Milano. Così il Casoretto è stracarico di persone:militanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare,giovani del Leoncavallo,i ragazzi dell'oratorio,quelli che avevano giocato a pallone nei campetti fangosi,pensionati,lavoratori.Un vecchietto che avrà settant'anni ricorda."Ho fatto il partigiano sulle montagne della Val D'Ossola,pensavo di aver lottato per cambiare il futuro dei miei figli e della nuove generazioni ma quando vedo queste cose penso che il nemico è ancora qui con noi solo che ora non sappiamo come combatterlo". Lo sgomento è forte.Alle 21,17 Radio Popolare interrompe bruscamente un brano musicale per dare la prima versione dei fatti."Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci- dirà lo speaker-due giovani di diciotto anni sono stati ammazzati questa sera in via Mancinelli a Milano,tre individui li hanno uccisi a colpi di pistola.Per ora non abbiamo notizie ma vi terremo aggiornati man mano che se ne aggiungeranno altre".La manopola della radio si sposta sulle frequenze di Canale 96."Due ragazzi del Leoncavallo sono stati ammazzati con vari colpi di pistola.E' certa la matrice di destra dell'agguato".L'emittente continua nel racconto."Due compagni del Leoncavallo sono stati uccisi in via Mancinelli,quasi all'angolo di via Casoretto. A pistolettate.Uno è morto sul colpo,l'altro sull'ambulanza.Non sappiamo ancora i loro nomi".Radio Regione,allora del Pci,è sulla stessa lunghezza d'onda ma si spinge in là:lo speaker si chiede "come mai un omicidio a due giorni dal rapimento Moro".
Alle 21,30 di sabato 18 marzo 1978 via Mancinelli è un fiume in piena.La strada è ricolma,i marciapiedi strabordano, la metropolitana di Pasteur porta gente dai quartieri più periferici della metropoli.Vengono da tutta la città,hanno sguardi tristi,increduli."Lo abbiamo saputo dalle radio-mi diranno.Un giovane del Leoncavallo sussurra parole che pesano come pugni nello stomaco."Capisci? Poteva capitare a chiunque di noi".Dice che al centro sociale è entrato un ragazzo."Hanno ammazzato due giovani proprio qui,dietro all'angolo".Sono usciti e hanno invaso le strade e le piazze.Si organizza una manifestazione spontanea.Nessuno vuole etichette di gruppo.Le organizzazioni politiche della Nuova Sinistra danno il loro appoggio ma promettono che nessuno striscione sarà esposto.La rabbia e la tensione fanno la loro parte.Il corteo è scomposto,non ha una testa neppure una coda.Giovani entrano nei locali,nelle pizzerie e trattorie,gridano:"Hanno ammazzato Fausto e Iaio,hanno ammazzato due compagni,due come noi".Agli ingressi dei cinema della zona lo urlano di nuovo.Lasciano lì la pizza,i risotti di Ada,una delle trattorie del quartiere.Quelli del Centro serrano le file."Giù dai marciapiedi,iniziamo la manifestazione"-gridano da un vecchio gracchiante megafono.Vengono lanciati slogan duri."Uccidere i fascisti non è reato","Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero".C'è chi punta il dito sulla Democrazia Cristiana."Governo monocolore si apre la strada con il terrore".Vetrine,macchine,lampioni:tutto viene distrutto in un disordine assordante.Piazzale Loreto,Corso Buenos Aires,corso Venezia,Piazza San Babila.Poi Piazza Duomo.Sale sulla sedia un insegnante del liceo Settembrini. Jaio era un suo alunno.Alle persone che rimangono lì,nonostante il freddo,traccia la prima timida pista."Stava facendo,mi ha detto,un'indagine sui rapporti tra droga e fascisti.Gli ho chiesto se avesse avvertito magistrati e polizia.Ha sorriso,ha detto che lui e gli altri compagni impegnati non volevano che tutto fosse insabbiato.Gli ho chiesto se non avesse paura e mi ha detto che ne aveva tanta".La polizia non si fa vedere anzi sembra lasciare il campo,senza neanche un intervento.Un testimone di quella manifestazione racconta,diciotto anni dopo, quello che aveva notato."Capì subito che c'era qualcosa che non andava- dice Angelo Brambilla Pisoni,detto Cespuglio,uno dei responsabili milanesi di Lotta Continua,ora scomparso."Penso che volevano colpire una certa area politica,l'autonomia operaia,lanciando una sorta di messaggio trasversale ai settori legati al terrorismo ma anche ai gruppi della sinistra extraparlamentare,ai militanti di base del Pci.Quello era un quartiere storicamente rosso,c'è un humus culturale di sinistra.Volevano colpire l'immaginario collettivo perché se ammazzi due ragazzi,così,a sangue freddo,due giorni dopo il rapimento Moro ottieni un effetto devastante,in una città già provata e nervosa come Milano.Infatti nelle prime file del corteo di sabato 18 marzo notai una decina di militanti di Prima Linea.Presero la testa .Non so se erano armati.Di certo chi ha ucciso Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci sapeva bene cosa faceva,quale meccanismo perverso avrebbe prodotto.Era come lanciare benzina su un incendio che già c'era".Chi voleva colpire una certa area politica per scatenare la tensione a Milano?E' lecito pensare che il piano sia scattato proprio in coincidenza con il rapimento Moro?
Anche nel mondo del traffico degli stupefacenti qualcosa accade poche ore prima dell'omicidio del Casoretto. Enzo Nava faceva parte del gruppo di lavoro sulla droga della federazione milanese di Democrazia Proletaria.Conosceva alla perfezione il mercato milanese,i suoi protagonisti e le alleanze."C'è il rapimento Moro. I distributori all'ingrosso di eroina sono per lo più concentrati al Parco delle Basiliche,Parco Lambro,Giambellino.E' il quarto sabato consecutivo che la droga sparisce globalmente dal mercato come se si stesse assistendo ad un operazione economica mossa però da altre spinte,magari di tipo politico.La stessa cosa era accaduta nel novembre 1974.Quel sabato 18 marzo 1978 erano previsti almeno quattro concerti che avrebbero potuto movimentare un numero consistente di ragazzi.Ricordo che c'era Angelo Branduardi al Teatro Lirico e il blues al Leoncavallo.Verso le 19,30,a pochi minuti dall'agguato,entrano in scena spacciatori con Lsd fortissimi.Era un potentissimo eccitante.Due giorni dopo l'omicidio di Fausto e Jaio torna a circolare eroina.Nel 1978 c'erano 15 piazze che funzionavano 24 ore su 24.Era anche l'anno dove si stabilisce il forte legame tra malavita organizzata e neofascismo".
La manifestazione termina quando Milano dorme da un bel pezzo.Le facce sono stanche,il nervosismo è alle stelle.Molti si danno appuntamento a qualche ora dopo, davanti alle scuole.Si stenderanno solo per rimediare qualche ora di riposo.Nessuno dormirà fino in fondo.Quei due corpi sul selciato diventeranno incubi ricorrenti,visioni notturne che turberanno tutti.Ma di notte prosegue il filo diretto delle radio. Danila,madre di Fausto Tinelli,telefona a Radio Popolare.E' l'1,51."Pronto?sono la mamma di Fausto.Volevo smentire che mio figlio era nel mondo della droga.Sono tutte calunnie.Basta che sia povera gente che subito gli buttano calunnie addosso.Se una donna muore per strada è una puttana.Se un giovane muore è un drogato.Non voglio che ci vadano di mezzo altri giovani.Voi dovete aiutarmi a trovare i killer di mio figlio.Quelli li voglio,li voglio far fuori con le mie mani.Ero sola a casa questa sera.Me lo ha detto la polizia che è stato ucciso.Fausto ha sempre odiato la droga,non mangiava neanche la carne perché voleva bene alle bestie."Danila piange,si dispera."Fausto ha un fratello di 18 mesi,Bruno,erano molto attaccati,non voglio che vadano di mezzo altri ragazzi come mio figlio,voglio solo indagare per scoprire i responsabili".
Una viuzza stretta con poche case,costeggiata da un lungo muro grigiastro.In mezzo quattro transenne delimitano da alcune ore il luogo dove Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli sono caduti.Via Mancinelli vede arrivare fino al giorno del funerale,mercoledì 22 marzo,ragazzi e ragazze sconvolti dal dolore,dal pianto,dalla commozione.E' il pianto di una città.Immensi cortei di studenti e operai lasciano spazio ad un grande senso di impotenza.Nelle prime ore di Domenica 19 marzo si ammucchiano sul selciato mazzi di fiori,quasi tutti anonimi.Con l'arrivo delle prime luci,agli amici che hanno passato la notte al freddo si aggiunge una piccola folla che si ingrossa in continuazione .Alle 10 al centro sociale Leoncavallo prende forma un'assemblea:parlano gli amici di Fausto e Jaio."Bisogna rispondere all'agguato teso da killer fascisti".Ma la gente che c'è lì attorno non ha una gran voglia di discutere.Piange e sta zitta.Poi inizia la manifestazione.Sono tanti.Tremila sono di Avanguardia Operaia e Mls,duemila quelli di Lotta Continua e Autonomia.Sfilano incattiviti in una città più deserta del solito.Là davanti c'è un solo striscione,"Fuori i fascisti dal quartiere".La gente si affaccia dalle finestre,stringe il pugno ,saluta.Un vecchietto si toglie il cappello e si avvicina al corrispondente di Radio Popolare.E' in diretta."Bisogna dire basta .Basta dì de si ai padrun e alura te 'masen no;sì,sì,signorsì,alzare il cappello e andare. E già,adess dighen tucc sì.No,minga tucc. Varda lì,ghreren du compagn,e adess qui davanti a noi ci sono le bandiere rosse."Il responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua si reca a parlare con Il Comitato permanente antifascista che si è convocato d'urgenza alla sede dell'Anpi di via Mascagni."Abbiamo scioperato contro la strage di Roma,dove uomini della scorta di Moro sono stati uccisi,scioperiamo anche per l'uccisione di questi due compagni.Sono vittime o no della stessa strategia?".E' un'attività febbrile,si tessono nuovi rapporti politici con i partiti e con i sindacati.
Arriva la sera e molti vanno a casa.Non dormono da ventiquattro ore e li aspettano altre giornate cariche di passione.In via Mancinelli c'è sempre chi presidia. Lunedì 20 marzo tocca alle scuole:cortei improvvisati formano una marea di giovani.Sono ventimila.La parte più dura del corteo esprime la volontà di andare in via Mancini,sede milanese del Movimento Sociale Italiano, ma nelle discussioni e negli alterchi c'è chi ricorda cosa accadde dopo la morte di Claudio Varalli,ucciso dal fascista Antonio Braggion e il corteo del 17 aprile 1975 quando un gippone dei carabinieri investì,uccidendolo,il militante dell'MLS Giannino Zibecchi."Bisogna bruciare le sedi"-urlano gli autonomi. I gruppi tentano di riportare la calma.Si va avanti per ore poi la tensione si è stempera.
Gli slogan s'interrompono soltanto quando entra in piazza il corteo della scuola di Fausto Tinelli:l'artistico Brera di via Hajeck.Fragili ragazzini portano uno striscione che sarà grande cento volte più di loro:è una tela bianca con i nomi e i volti di Fausto e Jaio.Un grido rabbioso echeggia di colpo in Piazza Duomo."Fausto,Lorenzo non siete morti invano".Da un altoparlante si chiede lo sciopero generale per giovedì 23.Il sindaco Tognoli s'impegna a portare in consiglio comunale la proposta di un funerale in forma pubblica.Sono migliaia,giovanissimi,vecchi,bambini tenuti in spalla dai genitori.Urlano la loro rabbia sotto un cielo livido.Assomigliano a tanti Fausto nel modo di parlare e di vestire che era quello di tutti noi,allora.Accanto agli studenti più politicizzati si mischiano nella folla quelli delle prime e seconde superiori con i libri da disegno sotto braccio e le cartelle in spalla.
Nel quadrato di asfalto lasciato dalle transenne si ammucchiano centinaia,migliaia di bigliettini ,scritti di getto dai giovani che popolano via Mancinelli.Li hanno tracciati su fogli di quaderno, carta da lettere,su pagine strappate di agende e diari,sul retro di volantini.Versi ,poesie,rime.Accanto alle parole hanno lasciato fiori,regali,ricordi,cioccolatini.Le poesie vengono raccolte in un prezioso e ormai introvabile volume,"Che idea morire di marzo",stampato dal Leoncavallo e da un gruppo di giovani del quartiere Casoretto.Quello della corrispondenza a Fausto e Jaio è un vero fenomeno di massa che ha coinvolto tutti.Ci sono accenti minacciosi,rabbia,slogan duri ma la maggior parte delle lettere sono intrise di malinconia,impotenza,amore.Chi scrive non aveva dimestichezza con la penna ma lo sforzo è grande.Buttate giù in fretta,sull'onda dell'emozione,le poesie sono spesso ingenue,sprovvedute,prive di tecnica,infarcite di frasi copiate da canzoni di cantautori.Quello che colpisce è la spontaneità che ognuno esprime liberamente.Sono frammenti di memoria.Come le parole scritte da Grazia Pado Movia ,che lascia ciò che ha da dire."Che senso ha vivere a 19 anni e poi morire così:è stata una morte inutile".E' una montagna fatta di carta .Qualche foglietto è spiegazzato,lo trovo sparso in mezzo a tanti altri."Ho preso i giornali delle menzogne per fare un gran falò dove la strega dagli occhi di antracite ha messo un pentolone a bollire.Dentro ci ha messo le lacrime dei compagni,il calore del sole,la voce dei giovani che fanno all'amore,gli occhi dei vecchi,le mani delle casalinghe,il sudore degli operai,i riccioli degli studenti,le gonne a fiori delle donne,la musica delle nostre canzoni e un po' di polvere d'oro".Sono sogni colorati,speranze mai sopite,riflessioni. "Uno,due,tre. I rintocchi del pendolo,è notte,fantasmi si aggirano per la stanza:i miei pensieri. Orrore,paura e rabbia,tanta rabbia,che esplode improvvisa.Accendo la radio,musica,comunicato,frasi di circostanza,tutto è finito,su un marciapiede bagnato di sangue,coperto dai fiori ho lasciato una parte di me."Sono ragazzi giovani ,come Fausto e Jaio,accomunati dal dolore,dalla rabbia ma soprattutto da un senso d'impotenza.In molti c'è pure la consapevolezza che i cambiamenti della società non possono essere bruschi e repentini. C'è la solitudine in ognuno di loro. "Non ce la faremo mai a cambiare perché le macchine continuano a passare,rallentano un poco e vanno,perché siamo in pochi e la gente è senza cuore".Si scrive che è notte,mentre le auto nella città scivolano via veloci e la notte inghiotte le emozioni.Come quelle di Luca,diciassette anni,studente di Cormano."Potevo essere io uno di quei due ma per un attimo sono morto insieme a loro,per un attimo nel buio della mia camera sono morto anch'io".Il senso di libertà c'è tutto .Si vuole andare più in là con la scrittura,nell'intento di donare ai due ragazzi uccisi qualcosa che possa rimanere intatto e vivo."Bruciati ora,su queste piazze fra queste strade,affermazione negata dall'uomo rinchiuso che fugge dalle tue parole,come un cane a cui vuoi togliere la museruola,per lasciargli abbaiare la sua rabbia e mordere chi lo vuole tenere alla catena".Silvana,la ragazza di Fausto,lascia il suo amore,profondo e ancora giovane.Il suo sconforto è grande,il dolore impetuoso,il tormento troppo forte."Penso che ti raggiungerò presto.Chi è morto dentro non può continuare a vegetare.Ed io sono morta dentro.Ti vorrei dire tantissime cose.Non sbatte niente a nessuno:te lo assicuro,solo a pochi.Ti amo tantissimo".Celina Hernandez riporta una lettera che aveva letto un giorno al Parco Lambro a Lorenzo.E' il ricordo che ha di Jaio."Sono qua,seduta su un foglio dove scorre questo inchiostro e mi appare il tuo viso,dolce,allegro.Sono fra mille persone,ognuna è diversa ma ognuna sei tu.Ti vedo in ogni corpo,ti sento in ogni voce,ti cerco in ogni strada. E poi,nell'allegria dell'inchiostro ti ritrovo e ti bacio.Adesso il tuo viso non è più trasparente,adesso ti posso accarezzare,il tuo sorriso è caldo e vicino,i tuoi occhi chiusi sono davanti ai miei.Ti ho con me e domani ti porterò,ti rivedrò in ogni viso,ti cercherò altre volte,nell'allegria di un sorriso:per poi tornare ad avvolgermi nella felicità di ritrovarti ancora con me".Tornano in mente le cose passate tra amici,le mille risate,la costruzione dei rapporti,certe timidezze nascoste nel cuore .I biglietti portano mille nomi ma è come se ogni riga appartenesse ad un unico pensiero collettivo.Chiunque avrebbe potuto scriverle,allora,in quel marzo 1978."Non ti dimenticherò mai e sono sicura che una mattina,prendendo la filovia che ti porta a scuola ti ritroverò seduto,come lo eri sempre,al posto del bigliettaio con i tuoi grandi occhi azzurri e il tuo dolce sorriso".Fausto e Jaio vengono trattati come due vecchi amici partiti per un lungo viaggio.Qualcuno li attende.Come Marina .
"Ci sono cose che vorresti dire da sempre e quando arriva il momento non trovi le parole adatte.Sai Jaio,io ti ho sempre ammirato,anche se forse non l'ho mai fatto capire.Forse è ora di parlare di vendetta ma è l'unica cosa a cui riesco a pensare con freddezza e lucidità.Se cerco di ricordare i vostri volti scoppio in lacrime e non concludo più niente.Dovevamo festeggiare il diciottesimo compleanno,il mio,per mercoledì.Doveva essere una cosa da niente,due pasticcini e via,molto semplicemente come del resto siamo.Ma non mi aspettavo per nessun motivo che finisse così.Ho trascorso i miei diciotto anni ai tuoi funerali,passando tre volte in via Mancinelli e poi la manifestazione.Non potevo fare altro.Ma ho deciso,dovessi rimetterci la pelle se non lo farò.Lo sai sono testarda.La via Mancinelli la ripercorrerò da sola ogni volta che di sera andrò al centro.Ora sto piangendo Jaio,piango sempre quando ti penso e tremo,non mangio da tre giorni,mi sto ammalando .Avevo sempre detto che i miei diciotto anni non li avrei mai scordati.Ma non volevo che questo accadesse così.Io non so fare altro che questo.Piango e basta. E guardare tutti quei fiori.Fra poco fotograferò questo posto".Si pensa ai cambiamenti,alla politica,ai rapporti personali.Tutto si mischia,lì,tra quei pezzetti di vita scritta."Orrore,paura,schifo.Schifo quando sento arrivare della gente intruppata che lancia slogan che parlano di righe rosse tra i capelli e chiavi inglesi e altro.Passano davanti alla macchia di sangue violentando tutti i compagni che sono raccolti lì in silenzio,piangendo.Comprendo che è una falsa rabbia esterna.Mi chiedo come si possa avere la forza e il coraggio,a poco più di un'ora e mezzo dall'accaduto di urlare slogan.Mi domando se c'è umanità in tutto questo.Stavolta non piango.Non voglio fare cortei immediati,belli,duri,militanti,controinformativi.Ho solo un gran bisogno di parlare e di capire".Le fotografie stampano su carta frammenti di vita. C'è chi le guarda serenamente e mette su un foglio ciò che prova."E questa foto tua,che guardi lontano,un po’ serio.Se te la facessi vedere ora,ti metteresti pure a ridere dicendo che non era venuta bene,che in fondo non eri proprio tu. E Tu,Jaio,dov'eri?Mi tornano in mente tutte le leggende antiche dei greci,quando i vivi si mettono a parlare con i morti.Poi non è più successo.La gente ha iniziato a dire che erano dei pazzi,che era meglio lasciare perdere. Perché bisogna dire che la tua è una morte politica dimenticando chi era Jaio?O dire solo che eri Jaio e dimenticare tutta quella gente sotto il sole e il vento di Milano con le montagne dietro?Ti ho portato in spalla,dentro tutto quel legno.Pensavo che eri tutto sballonzolato,sbattuto di qui e di là.Ora non possiamo più fare progetti insieme.Quando ti ho visto con i capelli tirati indietro,ho capito che non appartenevi più a te stesso. E mi sono messo il cuore in pace.Facevi parte di un rito.Lì all'obitorio.
Poi,nel corteo,mentre ti portavo in spalla,eri cambiato.Eri dentro,dentro e dietro agli occhi.Quando ti hanno messo davanti alla chiesa ero un po’ geloso di consegnarti alla gente.Poi ho visto che ti trattavano bene.Non c'era nessuno che fingeva.Ti sono passati tutti davanti,i fiori,i pugni tesi,si vedevano i tendini,le mani serrate.Li ho visti,non fingevano,Jaio,fidati,ti hanno trattato bene".C'è spazio anche per i rimpianti,il pensiero di quelle cose che avresti potuto o dovuto fare con un amico che ora non c'è più."Non ho fatto in tempo a darvi l'ultimo saluto,molta gente aveva bisogno di piangere sulla mia spalla.Non ce la facevo,sentivo il vento venirmi incontro dicendomi che era ora di ricominciare,di muovermi per evitare che altri ci facessero crescere in questo modo.Vi hanno ammazzati e forse siamo stati anche noi ad avergli dato una mano.Col nostro egoismo abbiamo permesso che molti compagni cadessero in questo modo".C'è un biglietto scritto alle due di notte."Ciao amore ciò che ti scrivo non è una lettera ma una storia.Stanotte hanno ucciso Fausto,il biondino che quando eravamo in prima non interveniva mai perché si vergognava,Fausto che chiamavamo Faust perché di origine trentina,Fausto con cui andavamo a fumare in segreteria,che diventava rosso quando andava a parlare con le ragazze,quando facevano i gavettoni o andavano a tirare le uova alla scuola privata .Mi ricordo che è andato avanti due mesi dicendo che gli faceva male l'appendice ma aveva paura ad andare all'ospedale.Per me Fausto è vivo e vivo perché tutte queste cose e tante altre le abbiamo vissute e non spariranno mai.Oggi è morta una mosca."Ce ne sono migliaia e migliaia di fogliettini spiegazzati e ognuno porta un segno."Di te conoscevo solo i sogni,il tuo sorriso,i tuoi libri,avevo visto solo i tuoi grandi occhi e la musica che avevi dentro,non ricordo le tue mani,non so chi amavi,di me non conoscevi niente,non volevo scoprirmi.Solo falsità e come vorrei avere i tuoi pensieri verso un cielo stellato e una luna che ha visto e sentito o verso un selciato sporco e una strada buia.Puoi sentire quello che non ti ho mai detto?".
Si prepara il giorno dei funerali,il più triste. L'addio a Fausto e Jaio è previsto mercoledì 22 marzo alle 11,in Piazzale Loreto.Nelle prime ore del mattino il mondo del lavoro si scuote:consigli di fabbrica,delegati sindacali,singoli operai decidono di aderire alla manifestazione."Noi dell'Innocenti faremo tre ore di sciopero,al di là di quello che comunicheranno i sindacati".Telefonate alle radio,comunicati,volantini.Le adesioni sono molte,articolate e poi ce ne sono altre sei in arrivo:Sip,Pirelli,Montedison,Honeywell,Cge,interi consigli di zona,i sindacati delle scuole e dei telefonici.Alle 22 di martedì 21 marzo giunge l'annuncio dei sindacati unitari."La federazione Cgil Cisl Uil ha deciso che tutti i lavoratori di Milano e provincia sospenderanno il lavoro nella giornata di domani riunendosi in assemblee,dalle 11 alle 12 verrà discusso il documento confederale sulla violenza e sul terrorismo. I consigli di fabbrica della città potranno organizzare una fermata dal lavoro tale da consentire la partecipazione dei lavoratori ai funerali".Il giorno inizia presto. Milano si sveglia con il frastuono dei camion che entrano nelle tangenziali,con l'odore acre dei fumi di scarico,con le colazioni consumate in pochi minuti nei bar della metropolitana.Gli autobus vengono presi di corsa,la gente guarda basso e tira dritto.E' un giorno diverso per Danila Tinelli.E' stata alzata tutta la notte,a guardare le fotografie.Apre quella camera e vede le cose di Fausto,il letto vicino alla finestra dove dorme da sempre,il piccolo Bruno che piange.La finestra da su via Montenevoso,e' deserta,nessuna macchina passa per interrompere quello strano silenzio di morte."Quel mercoledì 22 marzo non finirò mai di dimenticarlo.Stetti lì senza piangere,tenevo tutto dentro.Mi venivano in mente gli anni vissuti con Fausto,le discussioni,le litigate,lui che mi confidava tutto.Le estati a Trento,guardando le montagne e correndo felici per i prati.Era tutto nascosto dentro me,lo conservavo gelosamente,non volevo che nessuno entrasse.Vedevo i volti scuri delle persone,amici di Fausto e Jaio,ragazzini come loro che giocavano per ore da piccoli.La mia vita scorreva davanti.Poi le immagini belle scomparivano e tutto mi sembrava più difficile.Guardavo al futuro con angoscia,il mio piccolo Bruno che si staccava così bruscamente dal rapporto con Fausto,la vita,il lavoro,le difficoltà di farlo crescere bene,la casa troppo piccola,i sogni di cambiamento.Quello che ricordo era tanta gente,bella,triste,con le bandiere rosse che sventolavano e quel vento di marzo che mi portava via tutto,anche la vita"Per Fausto e Jaio e' stata allestita una camera ardente,in una stanzetta spoglia.là in mezzo ci sono le due bare,aperte a metà. Danila se ne sta lì,in disparte,appoggiata al muro,come tutti gli altri parenti.Dalla porta principale entrano ed escono migliaia di ragazzi,in silenzio,i compagni di scuola,gli amici,i vicini di casa,quelli del Casoretto.Non sono condoglianze prestate con noia ma abbracci sinceri."Prima i compagni del Leoncavallo,un migliaio-riferiva il cronista di Canale 96-Poi due bandiere della Federazione Lavoratori Metalmeccanici.Le due bare vengono portate a braccia,prima quella di Fausto e poi quella di Jaio.Poi dietro ancora,un mare di gente".Si cambia lunghezza d'onda .Il corrispondente chiede la linea a Radio Popolare."Sono arrivate le bare-dice in diretta.Subito dopo si ascolta un grande silenzio che forse comunica più di tante parole.Nel lontano 78 non esistono i telefonini,i cronisti registrano sui Geloso,sui Grundig,come se fossero in diretta.Poi schizzano lungo le scalette della metropolitana,si attaccano al telefono,danno la radiocronaca differita di soli pochi minuti.
Chi racconta quel funerale ha la voce rotta dai singhiozzi,i registratori si inceppavano,la linea era sporca ma la resa era straordinaria.Quella moltitudine di persone,centomila dirà la polizia,tutte insieme e in silenzio.Gli operai dell'officina di riparazione dell'Atm sono tutti sui cancelli,qualcuno ha messo pure la bandiera rossa,salutano le bare con il pugno alzato.In Piazza San Materno,di fronte a casa di Jaio,si diffondono le note dell'Internazionale.Un gruppo di donne che avranno cinquant’anni ha deciso di portare una corona di fiori. C'è una frase ."Le madri dei compagni del Leoncavallo".Adriana era una di loro."Ascoltavo la radio.Ad un certo punto interviene Carmen,fa un appello.Ci siamo trovate ai funerali,eravamo tante ma ci sentivamo troppo sole".Intorno alle 10,30 giungono i furgoni funebri con le corone già pronte.Servono a poco perché i ragazzi vogliono portare le casse a spalla. E lo fanno per un chilometro e mezzo fino a piazza San Materno,il cuore del quartiere,a pochi passi dalla chiesa di Don Perego,Santa Maria Bianca del Casoretto.Poi la bara di Jaio sfiora per un attimo il portone di casa sua,nella piazza:la madre gli da l'ultimo saluto,piange,si dispera.
Il corteo arriva da Piazzale Loreto e comincia a sfilare con il pugno chiuso.Questo continuo via e vai proseguirà per almeno un'ora e mezza.In chiesa Don Perego inizia la messa.Un ragazzo che avrà vent'anni si avvicina,mi guarda e giura che " se Jaio fosse ancora vivo tirerebbe le palline al parroco".Poi le bare vengono portate via. Jaio va al cimitero di Lambrate,Fausto torna nella sua Trento.Le persone si accalcano in via Mancinelli dove i mazzi di fiori sono diventati un grande ammasso colorato.Si fischietta l'Internazionale e la canzone che ricorda i morti di Reggio Emilia.Passano con gli striscioni,gli operai della Fiat Mirafiori,i gonfaloni del Comune,della Provincia,della Regione.Finito di sfilare se ne vanno.Rimangono i ragazzini e i militanti dei gruppi che si infilano in corso Buenos Aires,poi percorrono corso Venezia e arrivano a piazza San Babila.Duemila persone si trovano improvvisamente davanti alla sede della Camera del Lavoro,in Corso di Porta Vittoria.Una ventina i giovani corre avanti e sale gli scalini.Esce il servizio d'ordine del sindacato,volano pugni,spintoni.La Cgil chiude il cancellone di ferro.I ragazzi gridano:"Ieri per Moro eravate qui,oggi dove siete buffoni del Pci".Cresce la tensione ma all'improvviso i dirigenti dei gruppi riescono ad allontanare il corteo.La manifestazione finisce mentre le radio di movimento continuano il tam tam fatto di notiziari e musica sinfonica.Passano pochi giorni e le Brigate Rosse emettono il loro comunicato numero 2."I proletari hanno dimostrato anche a Milano di saper scegliere i propri amici dai propri nemici,i propri interessi da quelli dei padroni.
La manifestazione dei 40 mila dello sciopero per Moro,organizzata intorno alle forze reazionarie come la Dc,ha avuto giusta risposta da 100 mila proletari in piazza per la morte dei compagni Fausto e Iaio,assassinati dai sicari del regime".Ma i giovani del Leoncavallo non ci stanno.Da un comunicato del Centro Sociale."Respingiamo l'uso strumentale dei due compagni da parte di un gruppo che ha scelto di inserirsi organicamente nella strategia della tensione".Franco Bonisoli faceva parte della direzione delle Brigate Rosse.Il fatto se lo ricorda bene."Noi eravamo in via Montenevoso 8 da diversi mesi.Facevamo una vita naturalmente riservata.Avevamo l'appartamento da molto prima del rapimento Moro.Era il nostro quartiere generale. L'omicidio di Fausto e Iaio ci scosse non poco.Mi aveva sorpreso la potenza di fuoco di chi sparò in via Mancinelli.Pensai subito che fossero fascisti".Lo chiamo al telefono che è sera.Una domanda mi viene spontanea."Lei sapeva che Fausto Tinelli abitava in via Montenevoso 9,al primo piano,esattamente davanti alle tre finestre dell'appartamento covo delle Brigate Rosse?".Dall'altra parte della cornetta c'è un attimo di silenzio."Proprio non lo sapevo.Noi facevamo una vita ritirata,non sapevamo niente di quello che accadeva in quel quartiere".
ALL'OMBRA DELLA MADONNINA
Il Casoretto assomiglia più a un grande paesone che a un quartiere di una città.Gli abitanti si conoscono,si trovano al mercato mentre vanno a far compere,con i sacchetti della spesa.Le donne chiaccherano nei negozi vicini a Piazza San Materno,gli uomini nei bar a giocare le carte per ore,dopo il lavoro,i ragazzi si divertono come possono.Convivono case di ringhiera e palazzoni costruiti nel dopoguerra.E' facile vedere,in quelle sere d'estate,vecchietti parlottare con la sedia fuori dall'uscio di casa.E' un pezzo di vita popolare di Milano.La sinistra ha sempre ritrovato le proprie origini ma negli anni Settanta avviene la lacerazione.Mentre molti offrono le proprie speranze elettorali al Pci, tra i giovani nasce il malcontento e inizia la rottura.Prendono forma in breve tempo decine di luoghi frequentati da militanti della sinistra non convenzionale:Centro Sociale Leoncavallo,Collettivo Casoretto,casa occupata di via Pasteur. Un eruzione sociale. C'è un clima che favorisce l'insediamento di sei appartamenti utilizzati da militanti delle Brigate Rosse e Prima Linea.La cartina che verrà pubblicata nel libro del generale Vincenzo Morelli,"Anni di Piombo",è' l'esatta fotografia di cosa accadeva in quella zona tra il Casoretto,Porta Venezia e Lambrate.Il covo di via Montenevoso 8 e' lì da un bel pezzo.Almeno se si deve dar retta ai brigatisti nelle deposizioni davanti alla Commissione Parlamentare Moro.Vi trovarono il 1 ottobre di quell'anno le carte di Aldo Moro.Vengono arrestati Nadia Mantovani,Lauro Azzolini,Antonio Savino,Biancamelia Sivieri,Paolo Sivieri,Maria Russo,Flavio Amico,Domenico Gioia .C'è anche Franco Bonisoli.Lo chiamo,voglio sapere qualcosa di più. Così prende fiato e mi racconta che "l'appartamento venne comprato alcuni mesi prima del rapimento Moro anche se non sentivamo la morsa degli inquirenti che indagavano su di noi".L'intestatario dell'appartamento è il ragioniere Domenico Gioia.E' lui,almeno formalmente,il proprietario:in realtà aveva firmato solo il compromesso e pagato solo il 70% del prezzo stabilito con il precedente inquilino, Rocco Lotumolo("La tela del ragno,Sergio Flamigni,edizioni Kaos).Secondo il generale Morelli che condusse le operazioni in via Montenevoso,"il covo era situato in una zona di Milano molto abitata(oltre 100 mila abitanti),popolare ed operaia,a due passi dalla stazione di Lambrate,confinante con l'aeroporto di Linate ed a brevissima distanza dalla trangenziale ovest e quindi dall'imbocco delle autostrade per Genova,Bologna,Torino,Venezia;una zona ricca di fabbriche e pullulante di collettivi dell'Autonomia,allora veri serbatoi del terrorismo".
Sul ritrovamento del covo brigatista esistono almeno tre versioni.Quella ufficiale dice che "è un borsello smarrito a Firenze dal br Lauro Azzolini nel luglio 1978,la traccia che porta i carabinieri della sezione speciale anticrimine di Milano ad individuare via Montenevoso 8".Secondo il tenente colonnello Nicolò Bozzo(uno dei più importanti collaboratori del generale Dalla Chiesa)"l'operazione prende il via nel luglio 1978,l'input arrivò a Milano con un rapporto dei carabinieri di Firenze,i quali su un mezzo pubblico avevano trovato un borsellino di cui un terrorista si era liberato alla vista dei militari"(testimonianza tratta dalla Repubblica del 21 ottobre 1990).Il generale Dalla Chiesa afferma che"tutto era nato da un lavoro svolto sul borsello di Azzolini".Una vecchietta lo ritrova e lo consegna al conducente di un tram.Apre e vede dentro una pistola così si affretta a portarlo alla stazione dei carabinieri di Castello di Firenze.Si mette in moto la sezione anticrimine di Firenze che invia il brigadiere Negroni a Milano per stabilire,attraverso i documenti sequestrati ,qualcosa che potesse condurre al proprietario del borsello.Secondo Dalla Chiesa"una serie di appostamenti condussero verso l'agosto 1978 a stabilire che Azzolini entrava e usciva da via Montenevoso8"(Commissione Parlamentare Moro,volume 9,pagina 226).La seconda versione è del generale Morelli."Le investigazioni presero l'avvio da un mazzo di chiavi trovate occasionalmente a Firenze verso i primi di luglio 1978 su un autobus,erano state perdute da un rapinatore di una banca che aveva terrorizzato i passeggeri ed era scomparso a bordo di una vespa rossa:La sezione anticrimine della città toscana inviò le chiavi alla Legione di Milano che condusse le indagini.Una vespa rossa venne trovata in zona Lambrate mentre una delle chiavi rinvenute a Firenze entrava perfettamente nella toppa dell'edificio di via Montenevoso 8".La terza e ultima versione la fornisce il maggiore Valentino Fortunato,comandante del Reparto Operativo dei carabinieri di Milano.La sua testimonianza è differente da quella offerta da Dalla Chiesa e Morelli."Durante il servizio di vigilanza all'interno della stazione della Metropolitana di Lambrate,il personale aveva notato un giovane non solo per il borsello rigonfio portato a tracolla ma anche perché aveva lasciato transitare senza salirvi almeno tre convogli diretti verso il centro città.Il 23 settembre 1978 Azzolini veniva notato provenire da via Monte Nevoso.(Commissione Parlamentare Moro volume 34,pagine 466/467).
Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9,al primo piano.Proprio davanti al balcone dell'appartamento dei brigatisti.Salgo le scale dell'appartamento dove vive Danila Angeli,in Tinelli,la madre.Mi accompagna in sala,dove Fausto dormiva in un divano letto.Apro la porticina ,in fondo c'è la finestra ,la spalanco e noto che la vicinanza con l'appartamento è minima,meno di dieci metri.Stando seduto riesco a vedere perfettamente cosa accade nell'ex covo brigatista ora messo all'asta dall'Autorità Giudiziaria.Scorgo le sagome delle persone.Via Montenevoso è una strada stretta. D'agosto la città è vuota.Riesco perfino ad ascoltare le voci che provengono dalla casa di fronte. Danila mi indica il punto dove era messo il letto,a quel tempo."Fausto dormiva qui,il letto era per il largo della stanza ,la testa era rivolta verso la finestra.Passava delle ore a leggere libri,sempre con le ante aperte.Poteva aver visto qualcosa?"La madre Danila mi fa sedere.Sento che deve dirmi una cosa importante che non ha mai raccontato a nessuno.Lo capisco da come mi guarda e mi osserva ,come se stesse cercando le mie intenzioni.Si deve fidare,gli do tempo. Così inizia un racconto.Sono cose accadute tra gennaio e febbraio 1978."Ben prima del rapimento Moro,il 16 marzo 1978 e dell'omicidio di mio figlio notai che all'ultimo piano del mio edificio c'era uno strano movimento di persone.Salivano anche con pacchi voluminosi.Accadeva sempre di sera e di notte. C'era gente che andava anche sull'antana a ridosso del tetto.Seppi più tardi che carabinieri e servizi presero l'appartamento per controllare via Montenevoso 8.Lo seppi naturalmente dalle cronache giornalistiche dopo il ritrovamento del covo delle Br .Era un monolocale,ci abitava una famiglia da molti anni.Gli diedero uno sfratto d'urgenza e in tre mesi se ne andarono.Di quella famiglia non seppi più niente,sparita,volatilizzata".L'appartamento "osservatorio" in via Montenevoso 9 esiste davvero . Sergio Flamigni,ex senatore comunista,scrive nel suo libro "La Tela del ragno" che"da un monolocale in affitto situato nell'edificio davanti il numero 8 di via Monte Nevoso,un sotto ufficiale controlla i movimenti".Il generale Morelli conferma il particolare.Sempre in "Anni di piombo" mette nero su bianco la sua testimonianza."Venne deciso di prendere in affitto un monolocale nell'edificio prospiciente quello sospetto.Il contratto di locazione semestrale venne sottoscritto da un sottufficiale dei carabinieri che si qualificò come impiegato privato.Da tale appartamento egli iniziò un attento lavoro di osservazione,usando con molta circospezione,intelligenza e bravura,sofisticati apparati fotografici,muniti di moderni teleobiettivi".
Danila Tinelli va avanti con il suo racconto mozzafiato."Fausto è stato ammazzato perché aveva visto qualcosa che non doveva vedere,un fatto,un particolare anche banale.Le sue paure me le aveva confessate pochi giorni prima di morire.Negli ultimi giorni registrava decine di bobine con un vecchio Grundig.Dopo l'omicidio portammo la bara di Fausto nel cimitero di Trento.Al ritorno trovammo la nostra casa messa sotto sopra.Erano entrati senza scasso".Il fatto viene descritto minuziosamente nel dossier di Umberto Gay e Fabio Poletti del marzo 1988."Mentre i familiari di Fausto si trovano a Trento dove hanno seppellito il giovane,si verifica un fatto inquietante.La vicina del pianerottolo, un tardo pomeriggio, sente dei rumori.Sa che nell'appartamento di Tinelli non c'è nessuno e ,incuriosita,si mette a sbirciare dallo spioncino.Nota sul pianerottolo degli uomini che aprono la porta ed entrano nell'appartamento.In un primo tempo racconterà che erano persone in divisa:in seguito si sentirà di confermare che erano muniti di torce.Sta di fatto che quando Danila Tinelli rientra a Milano scopre che sono scomparsi proprio i nastri su cui Fausto registrava i risultati di un'indagine sullo spaccio di eroina nel quartiere.Non manca nient'altro,solo i nastri,la porta d'ingresso non risulterà essere stata forzata. All'epoca a Danila Tinelli non erano stati restituiti gli effetti personali di Fausto,fra cui le chiavi di casa".
Danila descrive un altro particolare."Mi sono ricordata che la vicina di casa disse inizialmente che gli uomini che entrarono nel mio appartamento portavano un giaccone come quello dei carabinieri ma davanti al magistrato ritrattò tutto.Una mattina vado al mercato.Mi avvicina una signora sui cinquant’anni,mai vista in quel quartiere.Racconta che nei giorni precedenti alla morte di Fausto e Iaio via Montenevoso era piena di uomini dei servizi segreti,forse del Sismi,che vedeva strani movimenti di appostamento,che voleva parlarmi ma non aveva mai trovato il coraggio.Anche questa donna poi è sparita ,sarei in grado comunque di riconoscerla".
Il ritrovamento di quell'appartamento avviene ufficialmente tra luglio e agosto 1978 ma Danila sostiene che ciò accade prima del rapimento Moro,intorno a gennaio e febbraio. Forse è bene chiedere lumi a chi ha indagato sul caso Fausto e Jaio."La pista che porta al covo di via Montenevoso è inesistente- mi dice il sostituto procuratore Armando Spataro che per primo iniziò le indagini sulla morte dei ragazzi del Casoretto- I dati ufficiali corrispondono a quelli reali.E' impensabile che carabinieri o servizi avessero scoperto il covo prima del rapimento.Credo invece che il duplice omicidio sia un fatto voluto dalla destra romana e da ambienti legati alla criminalità organizzata".Franco Bonisoli della Direzione Strategica delle Brigate Rosse è convinto che la versione ufficiale sia quella vera."Non risulta che ci avessero individuati prima del rapimento Moro.Notai invece movimenti strani a partire dall'agosto 1978. Luigi Cipriani era un parlamentare di Democrazia Proletaria.Si è battuto in Commissione Stragi perché venisse a galla tutta la verità sul rapimento Moro.Ora è morto ma le sue carte sono tutte conservate . Michela Cipriani sua moglie,mi dice:"Mio marito non era convinto da nessuna delle versioni circolanti sull’affare Moro.La sua ipotesi era che il sequestro ebbe due fasi,la seconda delle quali giocata dalla Banda della Magliana,mossa dal potere politico che,per motivi internazionali e interni,voleva impedire la liberazione dell’ostaggio e la divulgazione del memoriale.Lui non credeva alla firma dei brigatisti,pensava fossero stati,di fatto,estromessi".Luigi Cipriani si era fatto anche un’idea sull’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.Dice Michela:"Subito dopo la morte di Fausto e Jaio,Luigi disse ai compagni che questo evento poteva avere un significato politico,che occorreva chiarire.Tempo dopo,mi disse di ritenere che i due compagni del Leoncavallo,impegnati nella controinformazione sullo spaccio di droga,si fossero imbattuti in qualcosa di molto più grosso di loro e senz’altro più grosso del piccolo spaccio.Pensava a un mix di trafficanti,fascisti e al sottobosco dei servizi segreti".Umberto Gay ricorda che sul caso del Casoretto,il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani era andato molto vicino alla soluzione."Dopo lunghe indagini non sapevamo dove sbattere la testa.Un giorno mi sono incontrato con Luigi,Cip per gli amici.Lui mi ha fermato.Si è chiesto se mi pareva possibile che quell'omicidio poteva essere un problema di fascistelli di Milano.Se fosse stato così li avrebbero presi in ventiquattro ore,disse.E' vero .il fatto era clamoroso e per polizia e magistratura sarebbe stato un bel colpo,si era alla fine degli anni Settanta e gli opposti estremismi erano finiti. Perché non ragionate,mi disse,perché non capite che sulla pelle di quei due,che probabilmente sono stati ammazzati come simbolo o per un fatto marginale, si sono catalizzate altre cose che con Milano c'entravano poco o nulla.Ebbene il fatto è andato proprio così,riguardava quella parte della città ma non tanto i fascisti in sé,quanto il mercato di spaccio dell'eroina che in quel momento era in mano a ex fascisti e malavitosi dichiaratamente colorati di destra;era un rapporto che riguardava una fetta impazzita dei Nar di Roma con cui questi erano in contatto per traffici e azione politica. Cipriani aveva ragione.Non si era occupato a fondo dell'omicidio ma sapeva perché la chiave di lettura era vincente".(Tratto da "Quel Marx di San Macuto,Autori vari,Fondazione Luigi Cipriani")
Il 1978 è un anno caldo per Milano.Solo nella zona Lambrate sono presenti sei appartamenti di uomini delle Br e Prima Linea:via Montenevoso8,via Buschi27(una tipografia scoperta il 1 ottobre ),via Negroli 30/2(il primo indirizzo di Corrado Alunni e della sua compagna Marina Zani),via Melzo 10(il secondo appartamentodi Alunni)via Olivari 9 e via Pallanza 6(scoperte il 1 ottobre).Durante il rapimento Moro quel quartiere viene sorvegliato a vista dagli apparati dello stato,ogni angolo è blindato,si contano decine di posti di blocco,soprattutto alle entrate delle tangenziali di Lambrate e Rubattino. Aldo Granuli realizza una perizia per il sostituto procuratore di Milano Stefano Dambruoso. Scrive:nel 1998"Si esclude che Fausto Tinelli possa aver visto qualcosa ma la doppia coincidenza (via Montenevoso e l’omicidio a due giorni dal rapimento Moro) resta un inquietante punto irrisolto. Il comportamento delle Br è inusuale come quel documento in cui si rende onore a Fausto e Jaio."
Anche sull'altro fronte qualcosa si muove. L'ambiente della destra extraparlamentare è in subbuglio.Nella città i fascisti hanno un peso organizzativo e politico scarso ma non per questo insignificante:neppure le posizioni dei duri fedeli a Pino Rauti,in larga maggioranza nell'allora Movimento Sociale e Fronte della Giovenù,riescono ad ampliare il consenso.Nonostante ciò si verificano fatti nuovi:il Msi organizza dopo anni di silenzio alcune iniziative contro la giunta di sinistra, moltiplicando i tentativi di propaganda: lancia con Rauti la parola d'ordine dell'"opposizione al regime Dc-Pci".Il partito cambia strategia e si rivolge ai giovani,alle donne,alle fasce socialmente più emarginate,soprattutto nel centro-sud.Crea i "Movimenti di giovani disoccupati",scimmiotta i festival di Re Nudo attraverso le esperienze dei campi Hobbit,riprende i testi di Jiulius Evola.Convive una doppia anima:quella politica,alla luce del sole,quella che propugna la rivoluzione armata contro lo stato.Nei quartieri popolari di Milano gruppi di fascisti cercano appoggi nella malavita comune e nella criminalità organizzata.La zona di Lambrate è senz'altro uno dei punti di maggior radicamento degli elementi di destra a Milano.Sono presenti in diverse scuole come il Gonzaga,l'Openheimer,lo Studium e dispongono di gruppetti organizzati in via Negroli e Piazza Adigrat.Quelle strade tra via Padova e via Porpora vedono allacciare i rapporti tra fascisti e malavita organizzata.Nel quartiere del Leoncavallo ci sono bar,locali pubblici dove il connubbio si esprime fino al paradosso." E' il caso del bar Adriana,riferimento per Rodolfo Crovace detto Mammarosa e del Mokito bar di via Porpora,frequentato da Samuele Judica,trafficante di eroina nelle zone Lambrate e Venezia,dove agisce il suo braccio destro,uno spacciatore meticcio soprannominato Barry"(tratto dallo speciale della Sinistra del 10/3/1979).
La malavita milanese e' una fonte di finanziamento e di rifornimento di armi per le organizzazioni terroristiche di destra.Non c'è settore della delinquenza che non veda in qualche modo coinvolti elementi vicini a quegli ambienti. C'è inoltre un interscambio nella gestione dell'organizzazione dei sequestri,rapine,prostituzione,traffico delle armi e della droga.Spesso personaggi della criminalità milanese sono usati come fonte di manovalanza per azioni violente.Gli esempi non mancano:i rapporti tra Vallanzasca e Concutelli(nell'omicidio del giudice Vittorio Occorsio),il sequestro organizzato in Puglia dal deputato di Democrazia Nazionale,Manco;la tentata rapina in cui perse la vita Umberto Vivirito,presente a Pian del Rascino prima della sparatoria con i carabinieri in cui perse la vita Giancarlo Esposti;il caso di Sergio Frittoli,esponente di primo piano della Giovane Italia e del Fronte della Gioventù,arrestato nel 76 per rapina a mano armata in alcune gioiellerie di San Remo;il movente dell'omicidio di Olga Julia Calzoni,uccisa da Invernizzi e De Michelis nel corso di un fallito tentativo di sequestro."Si può affermare che la forte conpenetrazione tra squadrismo fascista e malavita è uno dei dati caratteristici della città di Milano:in alcune zone in particolare questo legame è talmente forte da fungere di supporto valido per l'attività del Msi e dei suoi gruppi collaterali.La metropolitana che esce da Milano in zona Lambrate e prosegue verso l'Adda è diventata una delle linee di sviluppo dello spaccio di droga in provincia.Quasi tutte le stazioni sono frequentate da piccoli o medi rivenditori,soprattutto di eroina i cui clienti provengono in genere da Cernusco,Cologno,Pioltello e Gorgonzola"(La Sinistra 1979).La Questura di Milano accerta che fascisti come Rodolfo Crovace,detto Mammarosa,Adriano e Lucio Petroni,Samuele Judica e Riccardo Manfredi hanno a che fare con lo spaccio di eroina medio,grande.In particolare nella zona circostante il Centro Sociale Leoncavallo,i fascisti del quartiere sono riusciti a istallarsi in alcuni locali pubblici come il bar tabacchi di Piazza Udine .C'è un doppio livello. I gruppi della destra terroristica hanno bisogno di denaro contante per finanziare le attività illecite,la malavita offre supporti,armi.
Il clima delle settimane che precedono l'omicidio dei ragazzi del Casoretto sul fronte della droga è surriscaldato.Si organizzano iniziative contro il grande spaccio di eroina:piovono denunce,dossier,libri bianchi. Nell'area dell'Autonomia e nei principali Centri Sociali nasce l'idea di un grande dossier che proponga la mappa dello spaccio a Milano,i bar,le alleanze,nomi e cognomi.Nei quartieri ragazzi in incognita raccolgono dati preziosi.E' una straordinaria rete sotterranea composta prevalentemente da ragazzini coordinati a livello centrale da una redazione di sei persone.Fausto e Iaio ne fanno parte ma forse non conoscono neppure i committenti .Il Centro Sociale Leoncavallo assume l'iniziativa."Fausto Tinelli raccoglieva notizie tra i farmacisti-ricorda Umberto Gay-Contando le siringhe vendute si poteva risalire alla quantità di tossicodipendenti presenti in zona,alle loro abitudini,ai grammi di eroina venduta e infine al business degli spacciatori".Fausto infatti registra attraverso il suo Grundig notizie che riguardano lo spaccio ma anche altri fatti .Il loro lavoro prosegue da settimane.Alcuni testimoni li scorgono impegnati a raccogliere informazioni nella zona del Parco Lambro dove i Nar hanno un punto d'appoggio certo:la carrozzeria Luki di via Ofanto.Cosa potevano aver scoperto?Forse qualcosa di grosso.E' il quotidiano Lotta Continua di venerdì 9 marzo 1979 a ricordare che" Fausto e Jaio avevano casualmente scoperto che lo spaccio di eroina in zona Lambrate era in mano ad una sacra alleanza tra la banda di Francis Turatello e i fascisti direttamente legati a Servello".
Il dossier del Centro Sociale Leoncavallo e dei Collettivi Autonomi esce davvero. E' un volume di un centinaio di pagine."Dossier Eroina,nomi e indirizzi,a cura dei collettivi comunisti autonomi,Centro di lotta e informazione contro l'eroina."E' dedicato a Carletto Sponta ,un ragazzo ucciso dagli spacciatori .Lo sfoglio."L'eroina è vicina,il movimento,quello ufficiale se ne è accorto in ritardo.Le analisi sulla crisi economica,i dibattiti sull'organizzazione,sulla classe non hanno lasciato vedere che giorno dopo giorno una larga fascia di giovani scompariva dalle assemblee,dalle piazze,dai sacri templi del culto dell'ideologia".Le pagine riportano a quegli anni.Alcune parti di quel dossier sono state scritte anche attraverso le fonti e le informazioni di Fausto e Jaio.Si parla dell'eroina,della diffusione degli oppiacei nel mondo occidentale.Ci sono tabelle dettagliate sulla produzione del mercato legale e clandestino e la descrizione del viaggio degli stupefacenti in Italia,tramite Tir,tra l'Iran e l'Europa.Chi muove le fila di tutto ciò ?.L'inchiesta invita alla riflessione."A nostra disposizione sono solo sospetti sull'attività di rispettabili personaggi ben coperti da regolari traffici commerciali tipo import export,di cui si può dall'esterno osservare l'aumento vertiginoso ed inspiegabile del tenore di vita e qualche agente delle tasse trasferito perché troppo curioso.Nella perquisizione eseguita nel novembre scorso presso la sede del centro di lotta contro l'eroina,i poliziotti trovarono una lista di nomi di spacciatori su cui si stavano svolgendo delle indagini accurate,si misero a ridere affermando di conoscere gente più potente".Ha inizio una lunga sequela di nomi e cognomi,indirizzi ordinati in modo alfabetico.Contiene un gran numero di fotografie e didascalie dei principali bar dove si vende eroina e tuttavia è incompleto.La sensazione che qualcosa manchi è evidente. Così scopro che il libro bianco è uscito con sei pagine in meno.Dovevano esserci nomi di spacciatori con forti legami internazionali,bande grosse in contatto con narco trafficanti sudamericani ed europei.Sarebbe stato difficile sostenere le eventuali ritorsioni di tipo strettamente militare.Il giro era quello di Piazza Aspromonte.Il controllo e 'dei sudamericani.Intanto Francis Turatello e' diventato il vero boss di Milano,era subentrato nella gestione del territorio a Renato Vallanzasca".Il settimanale Avvenimenti del 3 novembre 1993 sostiene la tesi che a uccidere Fausto e Jaio fu " il più vasto intreccio tra eversione di destra,mercato dell'eroina e delle armi,servizi".Ne è consapevole Carmine Scotti,ora alla Digos di Cremona,tra i primi ad indagare sul caso di Fausto e Jaio."Gli spacciatori non li avrebbero mai uccisi nel luogo più pericoloso,vicino al centro sociale Leoncavallo -dice- Anche chi spaccia non poteva uccidere in quel modo". Armando Spataro,membro del Consiglio Superiore della magistratura,ne è convinto."Non potevano essere solo spacciatori di eroina. C'era dell'altro.Le prime indagini si erano mosse proprio in questa direzione ma ben presto mi accorsi che era un omicidio politico,dove la costruzione del libro bianco del Leoncavallo c'entrava poco o nulla".
INDAGINI PARALLELE
La strada è ancora ricolma di gente che si guarda stupita,con gli occhi intrisi di lacrime,rabbia e disperazione. Lì,tra i fiori e i bigliettini, si aggirano i cronisti che tutto vogliono sapere ,i curiosi del quartiere,gli uomini di polizia giudiziaria,il magistrato che condurrà le prime indagini,Armando Spataro,e probabilmente i complici degli assassini. A Spataro bastano poche ore per capire che la pista sostenuta dall'allora capo di Gabinetto Bessone("una faida tra spacciatori")non è credibile."Bisognava seguire la pista dell'omicidio politico-dice il magistrato ora impegnato nei grandi processi contro la mafia nel Nord Italia- Per me era chiaro fin dall'inizio ma non avevamo prove sufficienti per mandare in carcere qualcuno.Abbiamo prestato attenzione a decine di cose,migliaia di particolari,alle contro inchieste di Lotta Continua,della Sinistra,del Quotidiano dei lavoratori.Avevamo inizialmente battuto il sottobosco dello spaccio di eroina ma mi convinsi che l'omicidio maturava altrove,a Roma,negli ambienti dei fascisti militarizzati".Le cose non vanno così perché pochi minuti dopo l'omicidio del Casoretto la polizia si indirizza in tutt'altra direzione.Per gli uomini di via Fatebenefratelli,sede della Questura, Fausto e Jaio potrebbero aver partecipato attivamente alla stesura del libro bianco sul mercato dell'eroina a Milano,composto da alcune forze dell'Autonomia Operaia:per questo sarebbero stati individuati e uccisi da chi controlla il racket. Un'altra voce diffusa all'interno della polizia sussurra che i due ragazzi sarebbero coinvolti nello spaccio della droga e sarebbero stati uccisi da rivali e concorrenti provenienti da quell'ambiente.Ipotesi che si rivelano,anche agli occhi degli inquirenti,del tutto infondate.Certo,il loro è un ruolo pericoloso che li fa uscire più volte allo scoperto ma non fanno parte alla realizzazione pratica del dossier,né erano conosciuti come i promotori ufficiali dell'iniziativa.Non è neppure credibile che i due siano stati colpiti dal racket perché rappresentanti del Centro Sociale Leoncavallo in quanto era estraneo al libro,promosso invece solo da alcuni settori dell'Autonomia Operaia,i Collettivi Comunisti autonomi e il Centro lotta all'eroina.In molti si domandano perché organizzare a Milano una ritorsione così efferata e crudele,contro due ragazzini,in risposta a un dossier che in realtà è composto per metà da notizie note,come gli elenchi degli spacciatori fermati e arrestati, e per l'altra da dati non completi. Umberto Gay mi racconta che "il vero libro sul mercato dell'eroina doveva essere un'altro".Angelo Brambilla Pisoni,ex responsabile di Lotta Continua conferma l'intuizione."Mancava tutto il tracciato sul grande spaccio con legami internazionali e coperture politiche.Di quelle sei pagine che potevano offrire uno scenario più inquietante non se ne sa più nulla".
La Digos predilige la pista del legame fra le due vittime e il mondo della droga ; interroga gli amici di Fausto e Jaio,tentando una ricostruzione degli ambienti frequentati dai ragazzi e le persone incontrate il giorno dell'omicidio.Si cerca lo scandalo a tutti i costi:circola la voce che Fausto e Jaio usassero di tanto in tanto droghe leggere,fumassero spinelli ma l'autopsia sul corpo delle giovani vittime smentisce che facessero uso di eroina e altre droghe,anche leggere.La tesi del delitto provocato da diatribe tra piccoli spacciatori è a dir poco fuori luogo.Infatti tutte le testimonianze raccolte dagli inquirenti escludono che Fausto e Jaio stessero parlando agli assassini prima di essere uccisi,che la sparatoria fosse avvenuta in seguito ad una violenta discussione.Il breve scambio di frasi che precedono la sparatoria fa pensare ad una provocazione,ad uno stratagemma per accertarsi di non aver sbagliato obiettivo.Inizia l'inchiesta dell'autorità giudiziaria ma accanto a quelle ufficiali nascono tante piccole controinchieste di giornalisti come Umberto Gay e Mauro Brutto,delle redazioni delle principali testate della sinistra extraparlamentare.Sono indagini parallele,non sempre coincidenti.
Gli agenti di Ps si recano pochi giorni dopo il 18 marzo al liceo artistico di via Hajech,la scuola frequentata da Fausto Tinelli,scardinano l'armadietto e non trovando nulla sequestrano alcuni disegni,forse scambiati erroneamente per utili indizi alle indagini.Ma la Questura batte anche altre strade:la faida nelle forze della Nuova Sinistra.La tesi viene accennata timidamente il 19 marzo,poi ripresa da alcuni quotidiani come Il Giornale allora diretto da >Indro Montanelli e Il Secolo d'Italia,organo del Msi.L'ipotesi viene sostenuta con forza."I due killer fuggono nel Centro Sociale attraverso la porta secondaria di via Mancinelli all'altezza del numero 21".In realtà,come si è dimostrato,la direzione scelta per la fuga,via Leoncavallo,è la più logica visto che in Piazza San Materno molti locali pubblici sono aperti a quell'ora.Inoltre gli assassini sapevano che il Centro Sociale e' chiuso:apre solitamente poco prima delle nove e anche quella sera il portone si spalanca per il concerto di blues intorno alle 20,50. Umberto Gay e Fabio Poletti nel loro dossier danno un giudizio duro sullo svolgimento delle indagini." Furono condotte per poco tempo e in modo contraddittorio.Poco tempo perché,in quel periodo,gli interessi e le forze degli inquirenti erano investite sul fronte della lotta armata;in modo contraddittorio perché,come sempre accade,non vi fu alcun coordinamento fra polizia e carabinieri.Di conseguenza sul tavolo dei magistrati arrivavano pochi dati che a volte si annodavano tra loro".Il funzionario Carmine Scotti."Il mio lavoro l'ho dato tutto a Spataro.Lì c'erano fatti,nomi,cognomi,intuizioni.Lui emise due avvisi di garanzia nei confronti di militanti del neofascismo romano".Ventiquattro ore dopo gli spari di via Mancinelli giungono le prime rivendicazioni di chiara marca fascista.Alle 21,30 l'Ansa riceve una telefonata da una cabina di Piazza Oberdan;porta la firma del "gruppo armato Ramelli".Il messaggio è breve,secco,fulmineo."Sergio Ramelli gridava vendetta,ieri è stato vendicato".Il 22 marzo,di mattina,ore 8,25 squilla di nuovo il telefono dell'Ansa di Roma.Telefonano i "Gruppi Nazionali Rivoluzionari".Dicono che "mentre si celebrano i funerali rivendicano l'eliminazione dei due giovani di Lotta Continua avvenuta per vendicare l'uccisione dei nostri camerati".Il 23 marzo alle 21,30,in una cabina telefonica di via Leone IV a Roma,la polizia rinviene un volantino in triplice copia dell'Esercito Nazional Rivoluzionario,Brigata Combattente Franco Anselmi" che rivendica il duplice omicidio.E' scritto con una macchina elettrica,porta un simbolo nuovo come intestazione una runa celtica in un cerchio con le iniziali ENR."Sabato 18 marzo una nostra brigata armata di Milano ha giustiziato i servi del sistema Tinelli Fausto e Iannucci Lorenzo.Con questo gesto vogliamo vendicare la morte di tutti i camerati assassinati dagli strumenti della reazione e della sovversione.Noi non crediamo nella lotta comunista contro lo Stato,perché,avendo tutte le forze di sinistra la medesima mentalità di questo sistema,esse sono solamente i servi di questo regime.E' quindi per questa ragione che l'unica forza veramente rivoluzionaria è rappresentata dall'estrema destra.Sappiano i sovversivi che non riusciranno ad eliminarci:da questo momento cominceremo ad agire,nulla ci potrà fermare;siamo stanchi di piangere i nostricamerati.Falvella,Ramelli,Zicchieri,Mantakas,Ciavatta,Bigonzetti,Recchioni marciano nelle nostre file e gridano vendetta.Viva la rivoluzione fascista,morte al sistema e ai suoi servi,onore ai camerati assassinati dal Fronte Rosso e dalla reazione".E' la prima volta che l'Esercito Nazionale Rivoluzionario,Brigata Combattente Franco Anselmi rivendica un'azione armata.Ma non sarà l’ultima. Il nome di Franco Anselmi ricorre sovente:lui è un militante dei primi Nar ucciso lunedì 6 marzo 1978 dall'armiere romano Danilo Centofanti mentre tentata di effettuare una rapina in compagnia di Giusva Fioravanti,Cristiano Fioravanti,Alessandro Alibrandi.I terroristi tornano a colpire qualche anno dopo con una rivendicazione analoga. I Nuclei Armati Rivoluzionari -Gruppo di fuoco Franco Anselmi uccidono la mattina del 21 ottobre 1981 il capitano di polizia Francesco Straullu,in servizio alla Digos di Roma e del suo autista,la guardia scelta Ciriaco Di Roma.Le indagini accertano che a compiere l'azione sono Francesca Mambro,Gilberto Cavallini,Giorgio Vale,Stefano Soderini ,Alessandro Alibrandi e Walter Sordi.Il comunicato con cui la Brigata Franco Anselmi rivendica l'omicidio di Fausto e Jaio viene analizzato dagli inquirenti.Nelle prime righe c’è un primo tentativo di depistare le indagini.Si parla di "brigata armata di Milano" anche se terroristi di destra e di sinistra, nelle rivendicazioni scritte non evidenziano mai la città da cui provengono le azioni.Si scrive Milano, così i magistrati pensano che l'omicidi